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Cara Gazzetta – Ecco perché gli investimenti in gas naturale sono una trappola

Le risposte della redazione di Gazzetta di Siena alle vostre segnalazioni, ai vostri spunti e alle vostre riflessioni

Cara Gazzetta, la guerra in Ucraina sta facendo schizzare i prezzi dei carburanti, quando finirà la guerra cosa succederà? I prezzi smetteranno di salire? Potrò fare di nuovo un pieno alla macchina?

All’escalation di violenze in Ucraina si accompagna un’escalation al rialzo dei prezzi dei carburanti a livello globale, e se pensiamo che è lo stesso Presidente del Consiglio Mario Draghi ad aver dovuto ammettere che il rapporto italiano di dipendenza energetica dalla Russia, per come si è sviluppato negli anni, rappresenta:” Non solo ovviamente una sottovalutazione del problema energetico, ma anche una sottovalutazione di politica estera, di politica internazionale” risulta evidente che i due fenomeni sono parte dello stesso problema. Le conseguenze economiche e sulle importazioni di combustibili della guerra in Ucraina interessano particolarmente un’Europa che attinge dai depositi russi per ben il 40% del gas consumato annualmente, il 25% delle importazioni di petrolio e il 45% di quelle del carbone.

Il rialzo del prezzo del carburante ci mette in difficoltà non solo una volta arrivati alla pompa di benzina, ma anche se osserviamo i prezzi dei generi alimentari nei supermercati. Il costo del carburante incide direttamente sui costi di trasporto di qualsivoglia bene, e sta già facendo aumentare il costo per unità di tantissimi prodotti di largo consumo. Il rialzo è iniziato già in ottobre, e per questioni legate strettamente al mercato dei combustibili, già scombussolato dalla pandemia. Ma cosa succederà una volta terminata l’aggressione russa o una volta che la situazione belligerante si sarà in qualche modo stabilizzata, dipenderà dalle scelte che i governi stanno sostenendo oggigiorno.

E quali scelte stanno prendendo?

L’8 Marzo la Commissione europea ha annunciato un piano per limitare la propria dipendenza energetica dalla Russia, l’obiettivo è ridurre di 2/3 il fabbisogno di gas russo entro fine 2022 e del tutto entro 2030. Intanto Joe Biden ha già interrotto le importazioni dalla Russia e Boris Johnson ha dichiarato che farà lo stesso con il petrolio entro fine anno.

La domanda è: come sopperiremo tutta quell’energia mancante? Fermeremo degli stabilimenti industriali? Ne miglioreremo l’efficientamento? Coglieremo l’occasione per rimodulare il nostro stile di vita in un’ottica di sostenibilità ambientale? No, cercheremo di diversificare i nostri fornitori e, in quanto Unione Europea ci impegniamo da adesso ad avere le riserve di gas piene almeno per il 90% prima di ogni inverno e a rendere più flessibili gli aiuti di stato, in modo da alleggerire il peso del caro carburanti sulle casse delle aziende.

Queste misure garantiscono la stabilità del prezzo dei carburanti nel futuro? No, l’Europa e l’Italia, ad esempio, stanno rivolgendo la propria attenzione verso le riserve petrolifere di altrettanti paesi non proprio democratici, come il Qatar e il Congo, con cui facciamo affari proprio come facevamo con la Russia di Putin prima dell’aggressione all’Ucraina.

Da quasi venti anni ormai i paesi dell’Occidente sbandierano la volontà e la necessità di una transizione energetica verde, hanno persino preso qualche decisione in merito, ma senza mai fare il vero passo. Tendenzialmente, ed è anche il caso dell’Italia, quando i Paesi hanno diminuito il numero di impianti di estrazione di combustibili fossili attivi, non hanno smesso di importare gas naturale o petrolio da altre nazioni. In questo modo l’Occidente, eccetto per qualche nazione ricca di energia nucleare, è di fatto dipendente dai combustibili fossili come lo era venti anni fa, ma a questa dipendenza se ne aggiunge una accresciuta verso le importazioni da paesi stranieri. Ci troviamo nella tragica situazione di chi ha disinvestito nelle energie fossili (non abbastanza) ma non ha fatto sufficienti investimenti nelle rinnovabili: non abbiamo le infrastrutture necessarie a sostituire le importazioni di gas dalla Russia né con altro gas “italiano”, né con energie verdi.

Per questo il ministro Cingolani ha parlato di “riapertura delle centrali a carbone” e nel dibattito pubblico, complice l’esempio della Francia, si è tornati a parlare di nucleare. Perché si parla di carbone e di nucleare? Sia per un’effettiva necessità di energia a breve e lungo termine, sia perché la guerra, da un giorno all’altro, con l’aumento dei prezzi del gasolio, ha reso nuovamente redditizi determinati progetti distruttivi dell’ambiente in cui viviamo.

Quelli che saranno i prezzi del carburante, ma anche del pane o del riso, e quella che sarà la nostra vita quotidiana “quando tutto sarà finito” dipenderà dalle scelte che prendiamo adesso. Con i russi da poco entrati in Ucraina si sentiva già dire che per fermare l’aggressione fosse necessario svincolarsi dalla dipendenza fossile, ma contemporaneamente si sta rimettendo in discussione ogni volontà di transizione energetica proponendo come soluzioni progetti distruttivi e di lungo periodo, come l’energia nucleare, le trivelle estrattive, i gasdotti. Progetti che per risultare redditizi o sostenibili economicamente dovrebbero rimanere operativi per decenni e che rischiano di accrescere la nostra dipendenza dalle fonti fossili e quindi volenti o nolenti finiscono per favorire il ripetersi di episodi di violenza, sostenuti da una supremazia energetica, oltre che portare al collasso l’ecosistema del pianeta. Se vogliamo investire nell’energia è il momento di investire nell’energia del futuro, che è rinnovabile e sostenibile e deve essere in grado di renderci energeticamente indipendenti.

Sono una giovane studentessa della facoltà magistrale di Lettere, maremmana di nascita, ho lasciato l'Argentario da quattro anni per vivere e studiare a Siena. Mi interesso di politica, ambiente e attualità, con il proposito di capire e raccontare la cronaca di un territorio tanto antico e ricco di storia quanto vivo e vitale come quello senese.

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