Una nostra lettrice ci ha raccontato la paura (e i disagi) di chi si trova ad entrare in un’area Covid

Da due anni ormai il mondo intero lotta con la pandemia. Abbiamo ormai imparato a familiarizzare con mascherine, tamponi, quarantene e quant’altro. Non tutti, grazie a Dio, hanno però dovuto fare i conti con la faccia più cattiva del virus, quella che porta al ricovero e alla terapia intensiva. Questa sorte purtroppo è toccata ad una nostra lettrice, che ha voluto raccontare alla nostra redazione questa drammatica disavventura. Un’autentica odissea, fatta di disagi e paura, che mette in risalto i pericoli del Covid e soprattutto le criticità del sistema sanitario e non solo.

“Sono le 3 di una notte qualunque, è buio quando scendo al Piano Covid -2, accompagnata da un astronauta, dopo aver atteso una fila di 5 ambulanze e 9 ore e mezza chiusa in una stanza vetrata del pronto soccorso dell’Ospedale di Siena. Che la situazione fosse precipitata di nuovo nel caos l’avevo già intuito alcuni giorni prima quando, ai primi sintomi del Covid, avevo cercato affannosamente di effettuare un tampone non riuscendovi né privatamente, né con prescrizione, tantomeno cercando un tampone sottobanco. Dopo diversi giorni di sintomi forti che non lasciavano dubbi, sono arrivata in ospedale Le Scotte sicura di avere il Covid sebbene non avessi la risposta ufficiale di un tampone. Nel frattempo ero riuscita a prenotarlo sulla piattaforma impazzita della Regione Toscana, dopo essermi svegliata a più riprese di notte per tentare la ‘sfortuna’. Dopo 48 ore dal tampone però, ancora nessun referto era stato prodotto, vanificando anche il tracciamento al quale avevo comunque provveduto di mia sponte.

Per arrivare nel reparto di sub intensiva Covid ho dovuto attraversare l’ampio salone della terapia intensiva, quella dove le anime vengono intubate, mascherate. Un salone enorme, buio, uniche luci quelle dei monitor e unico suono quello dei respiratori che, quasi all’unisono, scandiscono il tempo della vita che attende. Avverto la sacralità di quel luogo e in rispettoso silenzio, quasi mi vergognassi di attraversarlo, abbasso gli occhi al pavimento pervasa altresì da una forte angoscia per la mia sorte e al pensiero che quella realtà potesse riguardarmi.

Una porta mi separa da quel buio proiettandomi nel reparto di sub intensiva dove vi sono le persone che stanno leggermente meglio e non hanno bisogno di essere intubate e che si chiedono, come me, con stupore come mai dopo due dosi di vaccino si trovino lì.
Un passaggio per fortuna rapido il mio ma che non ha impedito di cogliere aspetti di una realtà che nessuno immagina di dover mai calcare, eppure basta un attimo. Voglio ricordare tutto di questo passaggio al fronte dove a combattere abbiamo mandato ragazzi giovani con tanto coraggio ed un sorriso dispensato sempre, malgrado lo stress.

Loro hanno pochissime armi, sono soli, spesso un infermiere per 45 pazienti ed il corridoio che separa le milizie dal nemico diventa il campo in cui combattono facendosi forza l’un l’altro, sfogandosi in un comprensibile gesto di stizza o di rabbia, a volte urlando con forza quando l’ennesima telefonata chiede di aggiungere altri compiti a quelli che già, da solo, un infermiere deve portare a termine: assistere e coordinare le operazioni del personale Oss, effettuare prelievi, inoculare terapie, parlare con i familiari, gestire situazioni di stress psicologico che molti pazienti Covid hanno per la paura che fa la malattia. I sentimenti del personale sanitario che quel corridoio raccoglie non hanno mai minato la nostra serenità, ogni volta che un infermiere o un medico entrava in stanza c’era sempre un sorriso, una battuta, una risposta: mi chiedo come sia possibile che quattro ondate di Pandemia non siano bastate a rafforzare le milizie e ad evitare che questi ragazzi siano soli al fronte. Palermo, Pescara, L’Aquila, Foggia: Laura, Roberto, Claudio sono venuti soprattutto dal sud arruolati per una guerra faticosa e con poche armi.

Non dovevamo farci trovare così impreparati, sono andata via da quel reparto con gli stessi sorrisi degli infermieri che mi avevano accolto all’ingresso. Non posso dimenticarmi di loro, delle loro difficoltà. Se da fuori non si sente lo stress e l’ansia di chi fa in modo che tutto vada bene, allora ho il dovere di documentarlo. Così prendo la mia prognosi, il mio sacchetto preparato in fretta, saluto la vicina di letto 88 anni e tre dosi di vaccino e ripercorro a ritroso la sala di terapia intensiva, questa volta di giorno purtroppo, quando la luce mi costringe a vedere le maschere, le persone intubate, le espressioni di chi mi vede uscire e vorrebbe che le portassi con me.
Fuori aspettano ambulanze, operatori, volontari, astronauti bardati per accompagnarci a casa, ognuno con la sua dose di rischio.

Arrivo a casa e fuori trovo ancora accumulati da due settimane oramai i sacchi neri dell’immondizia Covid indifferenziata che un sistema impreparato e in affanno, ancora non riesce a ritirare. Mi seguiranno a casa i medici dell’Usca, altri soldati astronauti arruolati per entrare in casa e, dopo una lunga vestizione con la quale non riescono a coprire il sorriso ed il coraggio, rompere un isolamento lungo e difficoltoso che fa paura”.

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