La presidente del Centro pari opportunità della Valdelsa ha illustrato i compiti del Cpo e ha parlato del Centro antiviolenza e della Casa rifugio

Il Servizio analisi criminale, presso la Direzione centrale della Polizia criminale, ha, tra i suoi compiti, quello di estrapolare i dati statistici e di analizzare tutti gli episodi delittuosi riconducibili alla violenza di genere in Italia. Nel periodo 1° gennaio – 31 dicembre 2021 sono stati registrati 295 omicidi nella nostra nazione, con 118 donne uccise. Di queste, 102 sono state le vittime in ambito familiare-affettivo e 70 hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex compagno.

Rispetto al 2020 si è verificato un incremento del 3% nell’andamento generale degli eventi, passando dalle 287 vittime per violenza di 2 anni fa, alle 295 dello scorso anno. Le vittime di genere femminile mostrano un incremento più lieve (+1%) e sono passate da 117 del 2020 a 118 del 2021. E, nel periodo 1° gennaio-31 dicembre 2020, le vittime di genere femminile sono state 101, con una donna uccisa in più nel 2021 rispetto all’anno precedente. Le donne vittime del compagno o dell’ex compagno sono passate da 68 del 2020 a 70 del 2021 (+3%).

Abbiamo incontrato Susanna Salvadori, la presidente del Centro pari opportunità della Valdelsa, per parlare della situazione relativa alla violenza di genere nella nostra area: “Il Centro pari opportunità è una struttura nata oltre venti anni fa, tra il 1997 e il 1998, ed è il primo servizio associato dei cinque Comuni della Valdelsa. La sua sede è presso la Casa del Popolo, in via Oberdan 42, a Colle di val d’Elsa”.

Di cosa si occupa il Centro pari opportunità?

“Il ruolo del Cpo è quello di costruire politiche di pari opportunità, di ascoltare le donne, di fare ricerca nel settore delle pari opportunità per capire come poter indirizzare e costruire i servizi educativi e sociali. Il nostro Centro, inoltre, svolge un importante ruolo di formazione e di dialogo all’interno delle scuole medie e superiori, grazie ai fondi della Regione e non solo, per costruire la cultura delle pari opportunità: i risultati vengono se si semina e se si costruisce a partire dai ragazzi più giovani”.

Da quando il Cpo si occupa di formazione nelle scuole?

“L’attività formativa avviene da sempre, dall’inizio del Duemila ed è proseguita anche negli anni Dieci e in questo inizio degli anni Venti, nonostante le complessità dovute al Covid”.

Qual è l’ambito in cui il Cpo è più impegnato?

“Da circa 10 anni l’attività del Cpo si è concentrata, in particolare, sulla violenza di genere, grazie anche alla collaborazione, in modo molto stretto, con l’associazione Centro antiviolenza. Il Cav è nato nel 2012-2013 ed è composto da donne volontarie che si prendono cura di altre donne, quelle vittime di violenza. Le volontarie si occupano di ascolto e di poter indirizzare le donne vittime di violenza presso i servizi già esistenti e si preoccupano di gestire, insieme con la Fondazione territori sociali Altavaldelsa, la Casa rifugio, nata poco dopo il Centro antiviolenza”.

Il Cpo ha un ruolo di regia…

“Esatto e, nel novembre 2013, i cinque Comuni della Valdelsa, insieme con il Centro antiviolenza, con la Ftsa e con altri attori istituzionali come le Forze dell’ordine, i servizi sociali e l’ospedale, hanno firmato un protocollo per la presa in carico della violenza di genere: sono state definite le linee guida comuni per tutti i soggetti che si occupano di violenza di genere per potersi coordinare, per avere un linguaggio comune e adeguate forme di intervento. Il Cpo svolge il ruolo di regia nei confronti di questa tematica molto complessa”.

L’attenzione deve essere continua

“Infatti, nel 2019, abbiamo fatto un aggiornamento, coinvolgendo la Prefettura, e, anche in questo momento stiamo facendo degli aggiornamenti al protocollo con la Asl: si tratta di un lavoro continuo perché è necessario adeguare le metodologie di intervento, e, in questo senso, ricordo anche il Codice rosso per le Forze dell’ordine, entrato in vigore da poco. Un altro elemento che mi fa piacere sottolineare è il progetto, in corso, per realizzare un osservatorio di area che integra i dati sulla violenza del Cav con altri enti quali l’ospedale, i servizi sociali, le Forze dell’ordine”.

Sono tanti gli attori coinvolti su questo tema

“Da 2-3 anni facciamo un lavoro di monitoraggio e di mediazione con un tavolo comune tra le volontarie del Centro antiviolenza, i servizi sociali, gli operatori della Asl nell’ambito dei servizi di psicologia e psichiatria, per poter analizzare i casi ed avere delle risposte comuni. Ogni soggetto si occupa di una parte del tema: della donna, degli eventuali figli e delle situazioni di povertà e di disagio, dell’accoglienza della donna che ha fatto il primo passo per uscire dalla situazione di violenza che sta vivendo e che si rivolge al Centro antiviolenza, con le volontarie pronte ad aiutarle.

Quindi un vero e proprio lavoro di squadra

E mi fa piacere sottolineare la capacità di fare squadra da parte di soggetti diversi per potersi prendere carico di un tema così complesso: ho sempre riscontrato la capacità di mettersi insieme e di mettersi in discussione per raggiungere l’obiettivo. E questa capacità di costruire insieme, qualche anno fa, come Ftsa, come Comuni e come Centro antiviolenza ci siamo aggiudicati un bando ministeriale che ha portato un contributo di circa 150mila euro sul territorio che abbiamo tradotto in azioni a favore delle donne vittime di violenza. Un contributo importante che ci ha dato l’esempio di come l’unione fa la forza: nessuno può avere le competenze e gli strumenti per poter risolvere da solo un tema grande come questo”.

Dietro ai numeri ci sono persone e situazioni di difficoltà

“Negli anni la tendenza a denunciare le violenze di genere è aumentata e, quindi, c’è un incremento delle persone prese in carico dal Centro antiviolenza e nella nostra riflessione non c’è un aumento della violenza, ma c’è una maggiore capacità di poter denunciare anche grazie ai servizi di ascolto che il Centro antiviolenza svolge sul territorio dei cinque Comuni della Valdelsa”.

Il servizio di ascolto si sta svolgendo anche durante la pandemia?

“Abbiamo mantenuto tutti i servizi, chiaramente non in presenza e con grande difficoltà, e sia il Centro antiviolenza che il Centro pari opportunità, ovvero tutto il mondo che si occupa di violenza sulla donna in Valdelsa, ha continuato a essere disponibile anche durante il lockdown. Come sappiamo dai dati nazionali, durante questo periodo, ci sono stati casi critici dovuti dalle costrizioni imposte per arginare la pandemia, ma che possono aver accentuato alcune problematiche in relazioni già critiche”.

Quante sono le donne che si rivolgono al Centro antiviolenza della Valdelsa ogni anno?

“Sono circa 80 le donne che si rivolgono al Centro ogni anno: questo è un numero medio e le persone possono variare”.

Chi sono le donne che si rivolgono al Cpo e al Cav?

“Sono donne giovani, intorno ai 40-50 anni; sono donne che hanno figli; sono donne che hanno un diploma, quindi una buona formazione; sono donne che sono vittime di violenza a causa di un familiare, in genere: il compagno o l’ex partner. Analizzando questi dati emerge che la violenza avviene tra le mura domestiche: e questo, purtroppo, non è una novità rispetto a quello che succede a livello nazionale”.

Ha accennato alla Casa rifugio: ce ne può parlare?

“La Casa rifugio è nata pochissimo tempo dopo rispetto al Centro antiviolenza, intorno al 2014-2015 e poco dopo anche rispetto al protocollo. È gestita dalle volontarie del Centro Antiviolenza, insieme con la Ftsa, ed è il luogo che accoglie le donne vittime di violenza, spesso provenienti da altri territori: la priorità è mettere in sicurezza le donne”.

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