Le prime componenti del Movimento Donne Amiata

“L’obiettivo è ovviamente molto ambizioso ma vogliamo dire la nostra”. Tantissime le richieste di aiuto tramite il “codice rosa” su entrambi i versanti

Lo smalto nelle unghie di un pugno chiuso, noto simbolo della Resistenza. Quella che nulla a che fare con ciò per cui hanno combattuto i nostri nonni ma che non può non iniziare con una lettera maiuscola. Quella delle donne è l’acclarata Resistenza degli anni duemilaventi, quella che si rinvigorisce ad ogni croce interrata e che reagisce, ancora e ancora, ad ogni nuova e drammatica chiamata. “D’amore non si muore“, o perlomeno non si dovrebbe. Perché “le donne“, si diceva, “non si toccano nemmeno con un fiore“, ma di questi tempi sembra quasi che tutti i vivai stiano andando sold out.

Sul Monte Amiata, come da svariate parti dello Stivale, la situazione ha iniziato e stancare. La cronaca nera dell’ultimo periodo, con il caso mediatico dettato dal femminicidio di Giulia Cecchettin, ha aperto la strada alla creazione del Movimento Donne Amiata, un’associazione di donne “che intendono lavorare su se stesse e nel mondo affinché la disparità di genere possa essere rimossa”, come ha detto Sacha Naldi, fondatrice e coordinatrice del tutto. “L’obiettivo è ovviamente molto ambizioso – e non siamo così sciocche da pensare di poterlo raggiungere – ma vogliamo fare la nostra parte perché crediamo che questa sia una tematica che ci riguarda tutte e tutti da vicino. Che poi, in realtà, non si auto-definiscono nemmeno un’associazione, bensì una rete di persone. “Su questo, che è stato oggetto di discussione, siamo state categoriche“, dice Sacha, “perché la forma a volte è sostanza, e noi volevamo metterci a disposizione delle associazioni che già da anni si occupano di violenza di genere sull’Amiata”.

Inizialmente, spiega Sacha, “c’era un gruppo di quattro ragazze di Castel del Piano di cui fa parte anche Sara Ginanneschi, che con me ha collaborato all’organizzazione della manifestazione prima e di questa rete poi. Avevano fondato una piccola associazione amicale, “Le Brigitte”, ed erano riuscite a organizzare una mostra che aveva fatto il giro di qualche piazza dell’Amiata“. È stato sicuramente l’anno zero di ciò che poi è sfociato, un anno dopo, nella significativa manifestazione avvenuta per le strade della stessa cittadina lo scorso 25 novembre. Simile e parallela, per capirsi, a quelle che hanno avuto un luogo in diverse città italiane dopo il delitto riferito sopra.

E volenti o nolenti proprio quel femminicidio, di cui tanto si è parlato, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Dal dolore è giusto e opportuno che nasca qualcosa di buono, il dolore che non serve a niente è veramente sprecato – ha detto Sacha -. Credo che nelle donne sia scattato un clic, un basta. La morte è semplicemente la punta di un iceberg immenso che c’è sotto che si chiama patriarcato o violenza di genere o discriminazione quotidiana, e che individua le donne come un ammortizzatore sociale gratuito per la società che ha attribuito alle donne caratteristiche assolutamente rispondenti alla realtà. Come se le donne avessero piacere ad occuparsi degli anziani o dei giovani. Vogliamo provare a fare la nostra per ribaltare questa posizione”. Non c’era in essere prima la volontà di costituire un’associazione”.

Sembra, tra l’altro, che la situazione nella zona amiatina sia critica. Sebbene non vi siano dati precisi sui codici rosa attivati sui versanti del vulcano spento, sembra che negli ultimi tempi le richieste d’aiuto siano aumentate. “Posso dire – sentenzia Sacha – che la sera dell’assemblea erano presenti le associazioni Olimpia de Gouges, che opera nel versante grossetano, e Centro Violenza Donne Amiata, stessa cosa ma per il senese. Ci hanno accolto a braccia aperte per esserci costituite in questa rete vista la grandissima necessità, e ci hanno anche detto chiaramente che non sanno come intervenire perché sono veramente piene di richieste di aiuto“. Il Movimento, che può essere contattato per mail, WhatsApp o Facebook, ha già optato per una calendarizzazione degli incontri: per ora, le donne si ritroveranno ogni tre mercoledì, e già il 21 dicembre è previsto l’Aperitivo Arrabbiato, il primo (o secondo, vista la sera dell’assemblea costituente) “per conoscersi, perché uno degli obiettivi e quello di riappropriarci degli spazi pubblici e condivisi, della socialità reale. Non siamo una rete virtuale, ma vogliamo essere fisicamente presenti“.

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