Nel frattempo la Fondazione Mps annuncia: “Accordo legale lotano”

Fusione con UniCredit e contestuale spin off per dare vita a una mini Banca Mps che resterebbe radicata in Toscana. Sono queste le ultime voci sul futuro del Monte dei Paschi che avrebbe come perimetro la fusione in Unicredit e lo scorporo di un ramo d’azienda costituito dalle filiali in Toscana. Il prossimo passaggio fondamentale è il consiglio di amministrazione del 19 gennaio, dove verrà ratificato l’aumento di capitale contenuto nel piano industriale emanato a meà dicembre dallo stesso cda.

L’obiettivo di questo “spin off Mps” sarebbe quello di preservare il marchio e garantire un minimo di autonomia: la mini Mps, nonostante la fusione con Unicredit, rimarrebbe autonoma per un periodo che potrebbe andare da 1 a 3 anni. Scenario che non convince gli analisti e neppure il sindaco di Siena Luigi De Mossi che, questa mattina dalle colonne de La Nazione, dice :”Non credo sia questo il progetto del Mef, la banca ha bisogno di capitali ingenti e la Bce ha un’altra idea. Il nodo cruciale è la ricapitalizzazione e chi metterà i miliardi per far rispettare al Monte i requisiti necessari richiesti dall’Europa”.

Sul tema, fra l’altro, è intervenuto ieri anche il presidente della Regione Eugenio Giani, a margine della conferenza stampa di presentazione del nuovo direttore generale delle Scotte di Siena Antonio Davide Barretta: “Sono fiducioso – ha detto Eugenio Giani, sottolineando la collaborazione con Luigi De Mossi sul tema Mps – che le nostre battaglie vadano avanti, perché Monte dei Paschi come brand, marchio, sede e autonomia rimanga quella banca legata al territorio e continui a essere punti di riferimento”.

Un tema che peraltro si interseca con quello delle azioni legali, fra le quali quella, intrapresa su iniziativa dello stesso sindaco De Mossi, della Fondazione Mps, che ha chiesto 3,8 miliardi di euro di risarcimento per gli errori contenuti nel bilancio 2011 della banca, che ha poi portato all’aumento di capitale che ha contribuito al depauperamento del capitale di palazzo Sansedoni. “Siamo lontani da qualsiasi tipo di accordo – ha sottolineato alla Nazione il presidente Carlo Rossi – non ci sono trattativa anche se come ho sempre detto meglio un cattivo accordo che una buona sentenza”. Era circolata in particolare l’indiscrezione di una trattativa fra Mps e Fondazione per circa 700 milioni di euro.

Sull’ipotesi di spin off di Mps sono scettici, come detto, anche gli analisti. Commenta Luigi Pedone di Equita Sim. “Tale misura, a nostro avviso, non cambierebbe in ogni caso il senso industriale del deal, dato che la nuova società verrebbe comunque consolidata all’interno del gruppo UniCredit”. Secondo gli analisti si potrebbe quindi parlare di “un contentino, che nasconderebbe l’inevitabilità di una fusione e la necessità del Tesoro di allinearsi a quanto concordato con le autorità europee nel 2017, quando diventò maggior azionista della banca”.

A complicare la partita della fusione spunta anche la voce rilanciata dal segretario della Fabi Leandro Sileoni di una richiesta di Unicredit al Tesoro per alzare ulteriormente la dote richiesta per arrivare alle nozze. Dice Sileoni in un’intervista: “Su Mps è iniziata la solita manfrina all’italiana. In queste ultime ore ho notato e ho percepito un certo rallentamento di entusiasmo da parte di Unicredit, perché probabilmente vuole più risorse da parte del governo. Ma il Mef ha le idee estremamente chiare, e vuole risolvere al più presto il problema Mps, cedendo il 64% della stessa banca”.

Per Sileoni l’unica cosa chiara di questi giorni “è che alla base di tutto c’è una impostazione di partenza che vede Monte dei Paschi non reggersi in piedi da sola”. Cosa di cui la Fabi non è convinta. La pensa diversamente l’Unione europea che ha più di un dubbio sul piano stand-alone presentato dall’amministratore delegato di Mps Guido Bastianini. E anche la Bce continua a puntare i fari sul dossier infinito di Siena. Della vicenda Mps è tornato a parlare il Financial Times, in un articolo molto duro .

“Lo schema ideale – scrive il quotidiano della City – secondo qualcuno a Milano, sarebbe simile a quello delle banche venete, che vennero salvate e vendute a Intesa SanPaolo nel 2017, al prezzo di 1 euro. Quell’accordo, che venne orchestrato dal nuovo presidente di UniCredit Pier Carlo Padoan che all’epoca era ministro dell’economia – costò ai contribuenti più di 5 miliardi di euro. La differenza non trascurabile tra i due casi è che Monte dei Paschi, diversamente dalle banche venete, non è in liquidazione. Tuttavia, la prospettiva di un takeover di Mps da parte di UniCredit potrebbe essere politicamente tossica”.

Il quotidiano fa riferimento all’opposizione al deal manifestata dai 5 Stelle,(ma non solo) e anche a quanto suggeriscono alcuni parlamentari, secondo i quali una opzione più realistica sarebbe quella di “vendere le filiali di Mps ad altre banche italiane, riducendo le dimensioni dell’istituto e preservando la partecipazione dello Stato”. Ma “queste opzioni – fa notare il quotidiano britannico – non risolverebbero il conflitto con la normativa Ue sugli aiuti di Stato e con le regole bancarie. Nè risolverebbero i problemi legati all’eredità di Mps, che sono profondamente radicati nella politica italiana”.

Per Ft quindi “privatizzare Mps sembra l’unica, dolorosa, soluzione. Le autorità Ue dovrebbero supervisionare il processo e all’Italia potrebbero essere riconosciute ulteriori concessioni, nel bel mezzo della crisi del Covid-19″. Detto questo, l’FT conclude certificando come il caso Mps sia “l’ulteriore prova di come sia ancora lontana una coerente applicazione delle regole bancarie Ue negli stati membri”. L’articolo indica anche, riferendosi al caso Mps, che, “UniCredit a parte, altre banche in Italia sono considerate troppo deboli o troppo piccole per poter essere acquirenti. E un takeover da una banca straniera sarebbe politicamente difficile da realizzare, anche se ci fosse un acquirente interessato”.

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