La rubrica settimanale di Caterina Carmignani

Mank, atteso ritorno sugli schermi del regista David Fincher, è un capolavoro.

Si tratta di un’opera così complessa e ben costruita dall’inizio alla fine che apre numerosi spunti di riflessione che qui si cercherà di descrivere nella speranza di pizzicare la curiosità del lettore e invogliarlo alla visione di questo eccezionale film.

Da tempo Netflix si cimenta in grandi produzioni concepite per il digitale, proiettate talvolta per un breve periodo al cinema, in tempi normali, dirette da autori consacrati nell’Olimpo della cinematografia, tutto questo al fine di accreditare se stessa a livello reputazionale dato che, per predilezione, la piattaforma asseconda maggiormente i gusti dei teenager: ne sono degli ottimi risultati Roma (2018) di Alfonso Cuaron, Storia di un matrimonio (2019) di Noah Baumbach e il magnifico The Irishman (2019) di Martin Scorsese.

David Fincher, arruolato fin dai primi vagiti di Netflix come showrunner di contenuti originali (vedi House of Cards e Mindhunter), mette qui in scena una composita sceneggiatura, costruita narrativamente e visivamente sull’alternanza di lunghi flashback, redatta dal defunto padre del regista. Il film ruota attorno alla figura di Herman J. Mankiewicz, sceneggiatore della Hollywood classica, la cui vita dissipata dettata dall’alcolismo e dal gioco d’azzardo fu la causa della fine della sua carriera, noto ai più come coautore (o forse unico?) della sceneggiatura di Quarto potere (1941), capolavoro della storia del cinema, diretto, interpretato e scritto (in parte?) dal maestro Orson Welles.

Il film inizia in medias res, esattamente quando a Mank viene affidata la stesura della sceneggiatura del futuro Quarto potere, ed è da qui che si possono riscontrare numerosi parallelismi, frutto di un’attenzione e celebrazione quasi maniacale da parte di Fincher, con l’opera prima di Welles.

Il capolavoro degli anni Quaranta fu un film girato nella dorata Hollywood con all’interno dei forti germi anti-hollywoodiani; allo stesso modo Mank è un film fortemente e dichiaratamente d’autore prodotto dalla multimilionaria Netflix. Tramite il racconto della vita del tycoon Charles Foster Kane (probabilmente ispirato alla vita del magnate della comunicazione William Hearst), Quarto potere disvelò le contraddizioni del sogno americano nei terribili anni della Depressione; allo stesso modo Mank riporta in maniera ridondante le ambiguità della gabbia dorata californiana, facendo eco a problematiche mediatiche e sociali contemporanee.

L’omaggio al cinema di quegli anni non finisce certo qui: nella sua opera rigorosamente in un nitido bianco e nero, il buon David, quasi didascalicamente, inserisce effetti tecnici visivi, come finte bruciature di sigarette realizzate sui fotogrammi ai tempi della proiezione in pellicola 35 mm per il cambio rullo, e sonori, come il suono caldo e avvolgente tipico dei primi anni del sonoro. Con questa virtuosa lezione il regista forse involontariamente ricorda che, sebbene oggi vi sia un cinema sempre più digitale, i film sono opere d’arte alla stregua delle altre, protagonisti di un patrimonio culturale audiovisivo che necessita, ora più che mai, di essere preservato.

Negli anni il cinema di Fincher ci ha spesso proposto intime storie di antieroi in preda a crisi d’identità, destinati alla solitudine e alla sublimazione (Fight Club, The Social Network, L’amore bugiardo): Mank entra in punta di piedi in questa dimensione e al contrario riscatta e fa conoscere al grande pubblico la controversa figura di Herman J. Mankiewicz (interpretata dal magnifico Gary Oldman, ora all’apice della sua carriera) tramite una storia che probabilmente non sarà la vera storia della genesi del capolavoro di Orson Welles, per sempre affascinante, maledetta e misteriosa, ma sicuramente è la storia perfetta da aggiungersi alla lista delle meraviglie del cinema contemporaneo.

DA VEDERE A CORSA!

I consigli della settimana

Visioni d’autore

Lunedì 7 dicembre, Sky Cinema Due (302), 21.15: Serpico (1973) di Sidney Lumet

Per i più piccoli

Martedì 8 dicembre, Paramount Network (27), 21.10: Piovono polpette (2009) di Phil Lord, Chris Miller

Made in Italy

Mercoledì 9 dicembre, Rai Movie (24), 21.00: Euforia (2018) di Valeria Golino

“Harry Potter, dopo tutto questo tempo?” “Sempre”

Giovedì 10 dicembre, Canale 5 (5), 21.20: Harry Potter e l’ordine della fenice (2007) di David Yates

Un classico

Venerdì 11 dicembre, Iris (22), 21.00: Gli spietati (1992) di Clint Eastwood

Per commuoverci

Sabato 12 dicembre, La7 (7), 21.15: Philadelphia (1993) di Jonathan Demme

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui