“Sono convinto che sia giusto fare il Biotecnopolo qui e con il pubblico, anche per dare delle opportunità ai nostri ricercatori”

“Se non parte il Biotecnopolo vado negli Stati Uniti”. Ad affermarlo, nel corso di un’intervista a La Repubblica, è Rino Rappuoli, direttore scientifico del progetto che stenta a decollare: “Per me l’Italia è anche una sfida – si legge -. Sono convinto che sia giusto fare il Biotecnopolo qui e con il pubblico, anche per dare delle opportunità ai nostri ricercatori. Siena è il posto in cui sono nato. Qui nel 1904 Achille Sclavo fondò la start-up che fornì vaccini per un secolo all’Italia, dove ho iniziato a lavorare. Questo non basterebbe però a trattenermi se un limbo che dura già da 18 mesi si dovesse prolungare”

“Quando lavoravo con Big Pharma – prosegue Rappuoli – avevo budget di centinaia di milioni e potevo realizzare i miei obiettivi scientifici. Un giorno un amico mi chiese un po’ deluso: ma lavori per Novartis? Risposi di no, era Novartis che lavorava per me. Mi dava i soldi per creare i vaccini che progettavo. Negli anni ’90 lavoravo a un vaccino per il meningococco, in particolare per il ceppo A diffuso in Africa e il C in Usa ed Europa. La Gran Bretagna me ne chiese un terzo contro il loro ceppo, il B, ma impose che dalla formulazione fosse escluso l’A. La cosa mi restò sullo stomaco, finché non convinsi Novartis a creare un centro non profit di salute globale. Oggi è passato a Gsk, sempre a Siena. Lavora a vaccini per il mondo povero”.

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