Sergio Vacchi, Santa Maria della Scala
“Oltre la profezia. Sergio Vacchi 1952-2006”, Santa Maria della Scala

Sergio Vacchi scelse Siena come casa: fino al 5 luglio la sua arte in mostra al Santa Maria della Scala

Per la prima volta in mostra nella città di Siena, la pittura di Sergio Vacchi viene celebrata nelle sale del Santa Maria della Scala tramite un percorso espositivo – visitabile fino al 5 luglio con ingresso gratuito al museo – che narra una storia fatta di sogni e di visioni, di luoghi rimasti immobili. È un viaggio, quello di “Oltre la profezia. Sergio Vacchi 1952-2006”, raccontato nel susseguirsi delle immagini delle trentacinque opere esposte, è la testimonianza di mezzo secolo di un percorso artistico teso costantemente alla ricerca e alla possibilità di poter rendere, tutto, visibile.

L’allestimento progettato per le sale espositive del museo senese valorizza al contempo lo spazio concreto del vecchio Spedale e quello pittorico dei pannelli, al punto che i quadri del Maestro esposti, racconta Marilena Vacchi, “sembrano fatti per i luoghi del Santa Maria” come se l’autore li avesse pensati e realizzati per essere poi lì mostrati; nasce da qui il progetto della moglie e musa dell’artista di donare alcune opere di Sergio Vacchi al Comune di Siena e, passando dall’intenzione alla decisione, uno dei dipinti destinati a trovare nuova dimora all’interno del complesso museale del Santa Maria sarà l’unico inedito presente in mostra: il pannello immenso, grandioso de Il pozzo di Lucina.Opera drammatica e visionaria, carica di densità emotiva e rimandi simbolici che continuerà, dunque, a dialogare con la storicità del luogo, ad affrescarne una delle sale lasciando eco e testimonianza del mondo nuovo, originale e al tempo stesso primordiale già glorificato nell’occasione della mostra corrente.

In “Oltre la profezia”, difatti, l’obiettivo del curatore Marco Meneguzzo, è stato quello di realizzare una mostra di “atmosfera”. Sergio Vacchi, con la sua arte, raccontava storie e la vicenda pittorica di colui che è stato uno degli artisti italiani più noti tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si può comporre e scomporre nell’osservazione di innumerevoli cicli pittorici che sono racconti per immagini, sono creazione di luoghi inattesi e senza tempo ma carichi di memorie, magnetismo e allusioni al reale. Meneguzzo, al Santa Maria della Scala, fa percepire ai pubblici i mirabili scenari di Sergio Vacchi come se fossero, invece, un unico ciclo pittorico e, insieme, decorazione contemporanea delle antiche sale del museo.

Opere di grande e grandissimo formato, selezionate  in primo luogo perché le dimensioni eccezionali dei dipinti risultano essere la scelta prediletta anche dall’autore che, se dipingendo, narrava storie, faceva della sua arte non solo un qualcosa da guardare ma anche, singolarmente, da “leggere”: da sinistra a destra lungo tutta la grandezza della superficie stimolando lo spettatore verso la ricerca di una storia, un nesso logico, in grado di accomunare tutti i personaggi viventi nel quadro. I giganteschi pannelli di legno si fondono straordinariamente, poi, agli ambienti storici del museo, alle sale espositive e alla struttura nell’insieme donandole una veste nuova, meravigliosamente inedita.

“Oltre la profezia. Sergio Vacchi 1952-2006“, Complesso Museale di Santa Maria della Scala.

Moderno avanguardista di intenzioni e concetti, Sergio Vacchi, è stato un grande sperimentatore di linguaggi. Ha parlato la lingua del postcubismo, ha recuperato le lezioni di Cézanne, ha conversato poi con la corrente dell’informale e ha diffuso, infine, il suo verbo individuale: quello della pittura come linguaggio profetico ma popolare allo stesso tempo, perché i suoi dialoghi si sviluppano intorno ai grandi temi conoscibili o riconoscibili da tutti. 

Quando l’arte del Maestro, sullo scadere degli anni Cinquanta, si solidificò in una pittura personale e specifica, il mondo dell’arte assistette alla nascita di una nuova stagione figurativa che salutò come protagonisti assoluti lo spazio del non luogo e l’atmosfera del tempo sospeso. E allora, nei dipinti di Vacchi, uomini, donne, animali, strani corpi sembrano entrare, anzi scendere, nei posti inaccessibili dell’inconscio rappresentati come paesaggi deserti, desolati, animati solo da quei soggetti dipinti che appaiono essere protagonisti di un sogno.

Bolognese di nascita, romano di adozione, Sergio Vacchi divenne poi senese per scelta nel 1996 dopo l’acquisto e la ristrutturazione del Castello di Grotti: un momento focale, questo, anche per la sua vicenda artistica perché il luogo e il territorio toscano scelto divenne casa e laboratorio personale di nuovi e grandi dipinti altamente visionari per diventare inoltre, ed infine, Centro per le Arti, con la nascita della Fondazione Vacchi riconosciuta nel 1998 dalla Regione Toscana. 

Noi siamo andati a visitarlo quel posto sulle colline da dove Vacchi vedeva “da lontano Siena” e dove il suo lavoro – come egli stesso disse – prese “un corpo sempre più rivelatorio”. 

Il Castello di Grotti e la Fondazione che porta il nome dell’artista sono ambienti incantevoli dove si respira la storia. Quella di Sergio Vacchi, dell’energia della sua arte e della sua incredibile personalità, ricordate in ogni angolo e nelle sale espositive ricavate nelle ex scuderie del castello. La Fondazione è anche dove si studia la storia, nella biblioteca – consultabile – di arte, e se ne promuove l’insegnamento e la diffusione con la pubblicazione di opere critiche e letterarie. E la Fondazione è, ancora, un posto dove la storia la si fa perché qui si sostiene e si incentiva la cultura dei mondi artistici territoriali, nazionali e internazionali. Il Castello di Grotti è mirabile palcoscenico di iniziative, soprattutto estive, in grado di coinvolgere molteplici realtà artistiche tramite l’organizzazione di concerti, spettacoli teatrali ed esposizioni come quella, possibile per il calendario 2020, dello scultore Adriano Bimbi

La Fondazione Sergio Vacchi continua il proprio percorso dal 1999, facendosi ogni volta attuale interprete di cultura e rivolgendo scrupolosa attenzione al proprio pubblico e alle memorie storiche del luogo calcando gli stessi passi di un Sergio Vacchi che ha amato e omaggiato un territorio, quello toscano, quello senese. E, noi, ne dovremo essere estremamente orgogliosi. 

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