La storia di Stefano Manca, maniscalco oristanese innamorato della contrada dell’Istrice

Sotto le misteriose maschere dei cavalieri della Sartiglia si nasconde un cuore di quattro colori.

È quello di Stefano Manca, ex fantino, oggi maniscalco che si è letteralmente innamorato dell’Istrice.

“Sai per noi sardi il Palio è un grande amore, fin da piccoli sogniamo di venire a Siena e vederlo dal vivo. Io per vari motivi questo desiderio l’ho realizzato da grande ma nello stesso momento ho scoperto qualcosa di più, la contrada, la magia dell’aria unica che si respira dentro ad un rione e si, me ne sono innamorato.”

La storia di Stefano è simile a quella di tanti bambini sardi cresciuti a pane e cavalli “essendo oristanese pane, cavalli e Sartiglia” sottolinea Stefano “mio padre è un ex sartigliante ed io da piccolo ovviamente volevo emularlo e correrla; da noi i bambini giocano ad imitare la corsa alla stella un po’ come da voi si divertono a fare finta di correre il Palio.”

Di Sartiglie Stefano Manca ne ha corse molte, sono ormai più di venti le edizioni a cui ha partecipato in maniera continuativa.

“La prima Sartiglia è del 2000 poi per motivi lavorativi per alcuni anni non ho potuto correrla ma ho sempre mantenuto la mia anzianità in pariglia per non perdere terreno, ma appunto il mio lavoro di fantino in ostacoli mi impediva di partecipare così come mi non mi permetteva di venire a Siena visto che la stagione di corse a Merano si svolge in estate. “

Come arriva a Merano il bambino che sognava di correre la Sartiglia?

“Mio padre è stato per anni il fotografo di tutti gli ippodromi sardi per cui ci sono cresciuto in mezzo alle corse nel vero senso della parola. Il mio idolo era Aceto, un mito vero che incontrai a dieci anni al Palio di Cagliari e che questa estate grazie alla Gazzetta di Siena ho potuto incontrare di nuovo. Sognavo il Palio ma ero troppo piccolo fisicamente non avevo le gambe per la Piazza. Basso di statura, magro, amando il galoppo ed il salto scelsi le corse in ostacoli e feci il primo corso allievo fantino di questa disciplina a Merano a 19 anni rimanendo lì finché non ho smesso di essere un fantino professionista. Ed è proprio a Merano che ho conosciuto la persona che mi ha prima portato poi legato a Siena e all’Istrice, Filippo Pippo Fineschi.

Ti portò a Siena?

“Si, nel 1999, Palio di agosto che fu vinto da Massimino nella Chiocciola. Pippo realizzò il mio sogno. Fui fortunato perché vivere i giorni del Palio con un senese mi hanno permesso di capire e vedere quello che un normale turista può forse solo immaginare. E già allora subito mi innamorai di quel senso di appartenenza, di quelle persone di ogni età che si conoscevano tra loro e che avevano un rapporto stretto. Riuscii a capire che il Palio era molto di più di quello che pensavo, molto, molto oltre alla corsa di cavalli. Chiesi a Pippo di poter metterei il fazzoletto ma lui mi disse “no, sei un ospite, non puoi” e stetti alle regole pur sentendomi accolto con calore. Poi con Pippo ci siamo persi per vent’anni fino al mio ritorno a Siena, nel 2022.

Sono tornato e sono ripartito da dove ero andato via, da Porta Camollia ed in quel mare di persone ho ritrovato Pippo. È una storia quasi magica; lui appena mi ha visto si è emozionato perché non ero tornato semplicemente a Siena ma ero tornato proprio nell’Istrice, la Contrada che mi aveva accolto ed è stato lui a portarmi a battesimo ad agosto dello stesso anno e sai l’importanza che ha per noi sardi il padrino di battesimo e così puoi capire quanto abbia apprezzato questo gesto. Io che volevo venire a Siena per vedere dove Aceto ha scritto la storia sono venuto via dalla vostra città con qualcosa di ancora più grande e forte, il senso della Contrada. Forse sono stato aiutato a capire grazie alla Sartiglia. Anche la nostra è una tradizione antica che lega generazioni, che ti porti addosso per tutta la vita e che ha aspetti molto simili al Palio nella solennità di alcuni riti. E come il Palio anche la mia festa va vissuta da dentro, da dietro perché è lì che puoi capirla davvero.

Cosa c’è dietro alla corsa alla stella?

C’è un mondo fatto dalle scuderie, che per far capire a chi non le hai mai viste sono come tanti piccoli rioni stretti intorno alla pariglia, ai cavalieri cioè. E nelle scuderie la Sartiglia va avanti per tutti i giorni della festa, si sta insieme, con la musica, i preparativi, arrivano gli amici, si fanno pranzi e cene. Si preparano i cavalli con trecce e bardature. Si aspetta la festa, insieme. Si fa un a vestizione simile a quella di Componidori, con riti scaramantici e abbracci e commozione e poi quando la pariglia è pronta e si allontana per raggiungere il corteo, lì la Sartiglia che viviamo diventa la Sartiglia di tutti, quella che ogni spettatore vede. Poi si nasconde di nuovo agli occhi del grande pubblico quando il capocorsa consegna la spada ai cavalieri che ha scelto per la corsa alla stella per tornare pubblica con le discese e le pariglie.

E poi cosa rimane?

Poi si torna alla scuderia, ogni anno si è contenti di qualcosa, di qualcos’altro magari ci si porta dietro un dispiacere, si pensa già a quella del prossimo anno. Ma soprattutto quando si rientra si ritrovano le nostre persone, si consegnano le rosette rigorosamente a mano con il piacere di donarle a chi ne conosce l’importanza e si sta con gli amici. Perchè la Sartiglia, senza amici non si fa.

Ci vogliono due cose per fare la Sartiglia, cavalli ed amici.

Foto Antonio Cinotti

Eleonora Mainò
Nata sotto il segno dei pesci. Narratrice di storie di polvere e provincia e uomini di cavalli. "L'aria del paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo" ( proverbio arabo)

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