Molto attivo negli anni sessanta e settanta, scrisse il testo di “Il mio bacio è come un rock”

Un’esistenza più larga della vita, quella di Piero Vivarelli, nato a Siena nel 1927 e scomparso a Roma nel 2010, giornalista, regista cinematografico, consulente musicale attivo per oltre un trentennio sulla scena italiana. La sua figura sarà ricordata sabato 21 gennaio 2023 (ore 17.00) nella Sala delle Vittorie della Contrada di Valdimontone: Vivarelli, nato in Valli e contradaiolo del Montone, pur vivendo gran parte della sua vita nella capitale, mantenne infatti sempre un forte legame di orgoglioso affetto con la sua città di origine. E paradossalmente, ma solo a prima vista, la lontananza finì col rafforzare idealmente il legame al mondo nel quale era nato e mosso i primi passi.

Piero Vivarelli è una figura inclassificabile. Negli anni Sessanta scrive editoriali su “Big”, settimanale destinato al pubblico giovanile; compone il testo di due pezzi musicali rimasti – grazie anche all’interpretazione di Adriano Celentano – nella storia del costume italiano “Il mio bacio è come un rock” e “Ventiquattromila baci”; dirige Totò in un film malinconico e divertente (“Rita la figlia americana”, 1965). E proprio al cinema dedica gran parte dei suoi anni migliori: in prima persona come attore e regista, autore di alcuni “musicarelli” e inventore di fatto del genere “erotico-esotico” che ebbe larga fortuna nelle sale degli anni Settanta e, dietro le quinte, come aiuto regista, soggettista e sceneggiatore, mettendo mano a un gran numero di film, come per esempio “Django” (1966) di Sergio Corbucci, pellicola poi celebrata da Quentin Tarantino. Un cinema di taglio espressamente popolare e, almeno in apparenza, “di evasione”, come allora si diceva. 

La sua storia va letta in parallelo con i potenti mutamenti che attaversano la società italiana degli anni Sessanta: l’inedito spazio acquisito dalle giovani generazioni, l’ebrezza per il benessere,  l’incapacità di accettare e di riconoscersi delle giovani generazioni nelle forme sociali ereditate dal passato. E’ senza dubbio un uomo contraddittorio: per le estreme scelte ideologiche (dall’adesione alla X flottiglia Mas di Borghese all’iscrizione al partito comunista cubano e all’amicizia con Fidel Castro), per l’indubbio talento multiforme di cui dispone che però non sempre riesce a disciplinare; per la sua vivace ed irrequieta vita sentimentale. Un uomo che interpreta la vita come un gioco anche – forse – per l’inconfessato desiderio di lasciarsi alle spalle la tragedia familiare della morte del padre Lavinio, caduto in Jugoslavia nell’aprile 1942. Una scelta ben diversa da quella del fratello minore Roberto (Siena, 1929 – Roma, 2014), docente di storia contemporanea alla Scuola Normale di Pisa che invece dedicò severamente gran parte della propria vita allo studio dei primi decenni del Novecento, su cui scrisse alcuni volumi la cui lettura è imprescindibile per chi voglia studiare la storia italiana del primo dopoguerra.

Piero Vivarelli, uomo inquieto e divertente, curioso ed estroso, colto e signorile sarà ricordato da Niccolò Vivarelli – autore, assieme a Fabrizio Laurenti, impossibilitato a partecipare, del brillante documentario “Life As A B-Movie. Piero Vivarelli” (Istituto Luce, 2019) che sarà proiettato nel corso della serata – e da Alberto Crespi, voce della storica trasmissione di Radiotre “Hollywood party”. A impreziosire l’incontro, le testimonianze di Pupi Avati, che debuttò nel cinema grazie a Piero, e di Enrico Vanzina: non siamo in grado di precisare se di persona o, a causa dei loro impegni, con un contributo video. 

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