Le storie di Siena e dei senesi nella rubrica di Arianna Falchi

Oggi, il Filo di Arianna scende in Provenzano,

scoprendo i mille colori del ‘maestro’ Novello Manganelli

Oggi arriviamo a toccare con mano quella tradizione dal sapore antico e vivo, quella che tutt’oggi tiene accese le luci sulla storia e sulla bellezza delle diciassette contrade. A parlare è Novello Manganelli, giraffino, innamorato di Provenzano tanto da dedicarsi alla sopravvivenza di vecchie maestranze. In giraffa le sue allieve lo chiamano ‘Il Maestro‘ e lui, racconta, ormai non si arrabbia più e le lascia fare.

I colori dell’Imperiale contrada della Giraffa che spiccano su bandiere e fazzoletti, sono stati dipinti da lui che, tra una pennellata e l’altra, ha unito capacità e attaccamento, mettendo in piedi un gruppo di altrettanto appassionate contradaiole che, sotto la guida di Novello, si impegnano a portare avanti la tradizione della pittura su seta e non solo.

Novello Manganelli, come è nato il gruppo di pittura in Giraffa?

“Il tutto è iniziato tre anni fa: ricordo che erano i primi di marzo per via della coincidenza con le Strade Bianche. L’iniziativa è partita dall’economato della Giraffa, perché qualunque cosa riguardasse colori e pitture doveva essere commissionato a terzi, purtroppo. Ci dispiaceva, inoltre la nostraè proprio la contrada dei pittori! Io mi sono sempre dedicato a bandiere e fazzoletti senza aver fatto scuole o corsi particolai. Nel tempo e correggendo errori ogni giorno, riesco a fare cose presentabili. Essendo rimasto l’unico a farlo, mi hanno chiesto di fare questa cosa e poi sono state coinvolte le altre persone”.

Contrada, pittura e storia. Quali sono i risultati?

“Standardizzando i passaggi, riusciamo a fare cose buone. Inoltre, è una grande occasione per approfondire ed indagare su particolari storici. Ad esempio, la Giraffa ha il moro nello stemma dal 1826, perché durante una sfilata in Francia fece scalpore questo animale portato proprio da un moro. Piacque e così rimase. Uno dei più grandi risultati è questo: lo stimolo a guardare e cercare”.

Un’occasione anche per confrontarsi tra contradaioli di generazioni diverse…

“Un grande stimolo mi è arrivato da quel ‘chiacchiericcio’ che si fa in contrada. I racconti di aneddoti, avventure, cose passate. Con queste ragazze che vengono al corso hanno tra i 30 e i 40 anni, quella che io chiamo ‘gioventù matura’, si è creata l’occasione per scambiarsi dei racconti, aldilà della pittura e del disegno”.

Cosa pensa delle sue ‘allieve’?

“Penso che sono molto brave, hanno realizzato anche bandiere dalla definizione buona per entrare in Piazza, oltre che tamburo e zucchini”.

Pensa che sia necessario fare di più per salvaguardare queste tradizioni?
“Prima del Covid, il Comune aveva organizzato corsi per tutti, per fare una panoramica sui mestieri. L’interesse del Comune c’era per valorizzare questo piccolo artigianato di contorno, peccato che poi si è dovuto fermare tutto per la Pandemia. Vediamo quando sarà possibile ricominciare”.

Che caratteristiche ha una bandiera realizzata da mani artigiane?
“Per fare una bandiera o un fazzoletto, ci vogliono ore e ore. Ovviamente, una ditta non le può impiegare. Alcune contrade sono autonome in questo: oltre alla pittura penso anche alle bandieraie. Mi sono informato su quanto ci vuole e ho scoperto che servono migliaia di ‘punti bandiera’. Qualche contrada ha mani professionali, altre non ne hanno e noi abbiamo cercato di colmare quella mancanza”.

La sua non è una vera e propria passione…
“La pittura per me è sempre stata un sacrificio, non è una cosa che faccio con slancio. Fin da ragazzo avevo un minimo di predisposizione e me la sono portata dietro. Cinquanta anni fa ho iniziato con le bandiere perché l’animale che veniva rappresentato all’ora non piaceva. Al tempo lavoravo con un economo storico, Luciano Cafarelli. Mi chiese di farlo ma ero un po’ forzato perché non avevo mai preso un pezzo di seta in mano. Da quel momento, tante bandiere sono passate dalle mie mani. La cosa che mi piace di più è vedere l’oggetto finito”.

La soddisfazione più grande?
“Vedere le bandiere entrare in Piazza. Da questo gruppetto sono nate anche bandiere vittoriose oltre che lo zucchino e il giubbetto”.

Oltre che per la Giraffa, per chi dipinge?
“Lo faccio sopratutto per la Giraffa. L’unica eccezione alla regola sono stati i quadri per i nipoti e i lavoretti rimasti in casa e in famiglia”.

Penna e cuore, dal 1991. Credo nella potenza delle parole, unica arma di cui non potrei mai fare a meno. Finisco a scrivere sui giornali un po' per caso, ma è quella casualità che alla fine diventa 'casa' e ho finito per arredarla a mio gusto. Sono esattamente dove vorrei essere. Ovvero, ovunque ci sia qualcuno disposto a leggermi.

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