Il clima politico e sociale negli Stati Uniti prima, durante e dopo le elezioni, senza i filtri dei media e delle celebrities ma con lo sguardo schietto di un senese emigrato in Texas

Erano le undici del mattino del 7 novembre (fuso orario più o fuso orario meno) negli Stati Uniti quando la CNN ha annunciato la vittoria di Joe Biden, il candidato democratico che si è visto assegnare in quel momento lo stato della Pennsylvania e quindi superare la soglia dei 270 grandi elettori a proprio favore. Ed erano le undici del mattino quando da Brooklyn è esploso un vero e proprio carnevale, con cornamuse e clacson e canti e inni di popolo, un grido di festeggiamenti e gioia per la fine dell’epoca ‘Donald Trump’. Il video del commentatore della CNN Van Jones è già diventato virale. Ex consigliere di Barak Obama alla Casa Bianca, il suo pianto in diretta ha scosso gli animi di chi ha ascoltato le sue parole di rivalsa “è più facile essere un padre oggi e dire ai tuoi figli che la verità conta”.

E sono stati davvero tante le celebrities ad essersi schierate nel corso della campagna elettorale, e non solo, contro il presidente uscente. Da Ariana Grande a Mark Ruffalo, da Lady Gaga a Taika Waititi, passando per i giocatori NBA che si sono mossi in favore del candidato democratico per tutta la campagna, permettendo anche agli ex detenuti di riottenere il diritto di voto (nda: se una volta usciti di prigione dopo aver scontato una pena avete su di voi la pendenza di una multa che non avete pagato e niente da ipotecare per saldarla, negli States vi viene tolto il diritto di voto fin quando il vostro debito con lo stato non sarà saldato, quel debito è stato saldato da LeBron James), e il più conosciuto di tutti, Chris Evans, alias Capitan America, ormai noto anche per i suoi scontri via twitter con l’ex presidente.

Ma facciamo un passo indietro, abbandoniamo ciò che noi, dall’altra parte dell’oceano, conosciamo attraverso i social della ‘gente dello spettacolo’ o filtrato dai media nazionali ed internazionali. E lo facciamo ascoltando le parole di qualcuno ‘come noi’ che in quella terra, però, ci vive davvero.

Pietro Galli, senese, contradaiolo della Torre, cresciuto al Petriccio e da ormai qualche anno in Texas in pianta stabile per motivi di lavoro.

“Per poter parlare di queste elezioni bisogna fare il punto della situazione. Trump vinse nel 2016 grazie a un pensiero condiviso da molti: ‘tutti, ma lei no’, riferito al candidato democratico Hillary Clinton, per quanto a livello popolare la ex first lady prese più voti rispetto al poi presidente. Con Biden quest’anno è stato un po’ lo stesso mantra, anche perché i democratici avevano fin da subito avuto l’idea di perdere queste elezioni, per svariati motivi. Intanto, succede quasi sempre che il presidente faccia un 4+4, ovvero che venga ri-eletto dopo il primo mandato, in secondo luogo perché fino all’inizio dell’anno Trump aveva un consenso altissimo negli Stati Uniti, un po’ come il seguito di Putin in Russia. L’economia aveva raggiunto picchi altissimi sotto di lui, così come la borsa e i salari minimi, ma poi è arrivata l’emergenza Covid-19. Se inizialmente la candidatura di Joe Biden era un po’ un ‘giocarsi il candidato’, con l’arrivo della pandemia il mondo è cambiato, la maschera di Trump è crollata e l’economia statunitense insieme a lui”.

Un piccolo appunto per ricordare il funzionamento del sistema elettorale americano, per cui una volta guadagnata la maggioranza in uno Stato non conta la percentuale di vittoria, verranno assegnati tutti i seggi dei grandi elettori al vincitore, che esso abbia vinto per l’1 o per il 99%. Ecco spiegato come il voto del 2016 portò Trump alla Casa Bianca nonostante la quantità di voti arrivati alla Clinton.

“Quando salì al primo mandato, Trump vinse grazie ai voti degli stati di Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, che dovevano essere democratici ma che invece votarono a maggioranza repubblicana. Quest’anno la differenza è stata fatta, nuovamente, dai tre stati sopracitati. Inutile parlare del voto in Texas, per esempio, perché è uno stato che è, e probabilmente sempre sarà, repubblicano. Il motivo è semplice, banale quasi. Il Texas ha poche grandi città culturalmente avanzate nelle quali la maggioranza dei cittadini è democratica, ma per lo più si compone da zone rurali, in cui invece lo stampo è quello repubblicano, che la branca democratica non riesce a raggiungere e a comprendere. Zone come questa si basano sulla religione, sul bigottismo, sulle armi, sul patriottismo e ancora di più sul patriottismo unito alle armi, la potenza militare americana come pattern di crescita. Sono nate comunque delle zone più ‘blu’ in Texas negli ultimi anni, perché la vita costa meno rispetto ad altri stati, e si sta vivendo una piccola migrazione interna agli Stati Uniti, in quanto le grandi città texane stanno crescendo”.

Facendo un po’ il punto della situazione, una persona che vive in Texas, durante la campagna elettorale, difficilmente avrebbe pensato di poter vedere la dipartita politica di Donald Trump, forte dell’appoggio di tutti quegli stati di stampo rurale e conservatore, composti da cittadini di ogni generazione cresciuti con una cultura specifica. Ragazzi e ragazze giovani, culturalmente formati, che di ritorno da viaggi in Europa osannano comunque la possibilità del ‘free-wifi’ e del ‘free-refill’ statunitense, giudicando con sguardo truce il ‘vecchiume’ dell’antico continente.

Sembrava andare esattamente come era stato per la Clinton, compresi i sondaggi a cui ormai viene data poca fiducia. E invece, grande differenza l’ha fatta il comportamento tenuto dal presidente per l’emergenza Covid-19, la spinta del candidato democratico ai voti via posta, ma anche il Black Lives Matter. Gran parte della popolazione afroamericana non esprime il proprio voto normalmente, non sentendosi rappresentata, mentre questa volta si è recata alle urne per sostenere Biden. Certo, ciò che dico vale per le grandi città, nell’interland non è cambiato assolutamente niente. Non ha votato democratico chi prima votava repubblicano, ma ha votato democratico chi prima non votava affatto, non a caso l’affluenza alle urne è stata la più grande mai registrata e Biden il candidato democratico ad aver vinto con il maggior numero di voti in assoluto”.

Un consiglio è ciò con cui ci lascia il nostro ‘senese sul campo’, ovvero ascoltare attentamente il discorso della vittoria tenuto da Joe Biden e da Kamala Harris, la prima vice presidente donna nella storia degli States.

“Biden ha parlato di unione, della necessità di trovare le similitudini e non le differenze fra i vari volti dell’America. Ha espresso la volontà di essere il ‘presidente di tutti’, con un discorso inclusivo, a favore del buon senso e della compassione, ma soprattutto della ‘scienza’. Un potente riferimento alla situazione pandemica statunitense e globale e alla task force che già il neo-eletto presidente ha formato, ma anche al mondo ‘green’ che più volte in campagna elettorale ha citato, due punti particolarmente in opposizione a ciò che ha fatto e detto l’ormai ex presidente Trump durante il proprio mandato”.

Dall’Italia, invece, attendiamo di sapere come questo sblocco politico statunitense inciderà sul resto del mondo, anche sul nostro paese. Se il presidente uscente presterà fede alla tradizione di invitare il nuovo presidente nello Studio Ovale o se continuerà a portare avanti la protesta che ha avviato prima ancora della propria sconfitta. Se punterà ulteriormente i piedi per non lasciare la Casa Bianca e saranno i servizi segreti a doverlo sfrattare, o se entro gennaio 2021 elaborerà la sconfitta avvenuta sul campo. Ma soprattutto, se la salita alla presidenza di Joe Biden velocizzerà le ricerche e la condivisione delle stesse sul piano dell’emergenza globale legata al Covid-19.

Il video integrale dei ‘victory speeches’ di Kamala Harris e Joe Biden pubblicato dal Wall Street Journal

Scrivere sempre, scrivere nonostante, scrivere e basta. ᴄ̴ᴏ̴ɢ̴ɪ̴ᴛ̴ᴏ̴ sᴄʀɪʙᴏ ᴇʀɢᴏ sᴜᴍ

1 commento

  1. seee….
    abbiamo capito.
    sei un democratico sinistrato.
    un italiota che vive in usa.
    ma quale maschera è caduta.
    Trump ha lavorato alla grande per gli americani. e anche per noi mettendo i cinesi spalle al muro!
    ma il deep state ha voluto che tornasse un pupazzo a dirigere il circo.
    sieate obbiettivi.
    e poi le star…. un branco di fancazzisti privilegiati che segue l’onda buonista per puro calcolo personale. facile essere buoni seduti su una montagna di dollari.
    e poi il voto: uno schifo di opacità aliimentato dai democratici degno più del venezuela che della più grande democrazia al modo (anche se inizio ad avere qualche dubbio su questo…).
    W TRUMP

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