Nato a Grosseto il codice rosa si è diffuso in tutta Italia e ha aiutato migliaia di persone tra donne, bambini e anziani. Abbiamo intervistato Vittoria Doretti per scoprirne la storia, l’evoluzione e gli sviluppi futuri

Il Codice Rosa è un percorso del pronto soccorso riservato alle vittime di violenza e di crimini d’odio. Nasce da un’intuizione di Vittoria Doretti, medico senese, direttrice del dipartimento “Promozione della Salute ed Etica della Salute” della Asl Toscana sud est, che lo istituì in forma sperimentale al policlinico di Grosseto nel 2009 e che da allora è diventato normativa toscana, mutuata in tutta la Nazione. Ad oggi è di fatti una realtà in tutti gli ospedali toscani e italiani, si tratta di un ingresso riservato alle vittime, per rendere meno dolorose le ferite fisiche e psicologiche di chi ha subito un sopruso.

Vittoria Doretti è stata nominata di recente, dal Ministero per le pari opportunità e la famiglia, nel comitato tecnico scientifico dell’Osservatorio sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e sulla violenza domestica. Ha ottenuto il riconoscimento per l’attività dei 10 anni di Codice Rosa da Consiglio Ordine dei Medici, Chirurgi e degli Odontoiatri di Grosseto nel 2019, mentre nel 2017 ha ricevuto il “Premio Mangia D’oro”, la più importante riconoscenza civica della città di Siena per aver contribuito ad accrescere la fama della Città del palio ed essersi distinta, oltre che per la prestigiosa carriera professionale di medico, per la sua sensibilità e umanità in situazioni di grande rischio e disagio aiutando le vittime di violenza di genere.

Per scoprire le origini del Codice Rosa, i traguardi raggiunti finora e gli obiettivi per il futuro le abbiamo fatto qualche domanda:

Com’è nata l’idea del codice rosa?

Il codice rosa nasce formalmente nel 2009, a Grosseto, da un incrocio di osservazioni fatte perché, come azienda sanitaria, avevamo rilevato solo due casi in tre anni di violenza sessuali mentre la stessa procura provinciale aveva un numero ben più alto, quasi sessanta fascicoli. Allo stesso modo i centri di violenza seguivano oltre duecento donne nei loro punti di ascolto e noi non avevamo nessuna situazione di maltrattamento. Sapevamo cos’era il fenomeno, lo conoscevamo anche abbastanza bene, ma evidentemente non eravamo in grado di evidenziare certe situazioni. È stato proprio da questo che è nato un percorso profondamente condiviso da un team che è ha creato nei mesi una squadra con la polizia giudiziaria, la procura e soprattutto un accordo con i centri antiviolenza della provincia. Questo ha portato immediatamente ad un cambiamento di rotta nella rilevazione dei dati.

Quali sono i soggetti a cui è dedicato?

Fin dall’inizio abbiamo seguito donne e bambini vittime di violenza e creato percorsi anche per le vittime di crimini di odio e discriminazioni multiple. Abbiamo un focus rivolto anche agli anziani e alle anziane e a persone con disabilità. Perché vorrei ricordare che il codice rosa è dedicato a tutte le vittime di crimini contro l’umanità. Lo abbiamo fatto partendo dal pronto soccorso perché anche se è il posto meno adeguato, forse quello più “violento” della sanità per via delle emergenze continue, è il luogo in cui più probabilmente una donna o un bambino vittime di violenze prima o poi passano. Abbiamo voluto accendere i riflettori su questo punto molto oscuro perché ci siamo resi conto nel tempo che il problema non era legato alle procedure bensì alla nostra cultura. Ha preso il nome di codice rosa non per il colore rosa, perché i colori delle emergenze non si toccano, ma per il fiore: una rosa bianca.

Sa dirci quante persone sono state aiutate grazie al codice rosa in Toscana?

Nel 2010 d’improvviso a Grosseto i casi da due/tre all’anno passano a oltre trecento. Nel 2011 si arriva ad oltre 500. Tanto che l’assessorato alla sanità volle immediatamente una progressiva formazione in tutti i pronti soccorsi della Toscana. Ad oggi i dati rilevano oltre 26.000 casi di codice rosa seguiti in questi anni dalla rete regionale. Pur sapendo tutti che non esistono luoghi nel mondo esenti da questo fenomeno, la storia del codice rosa ci dice che zero non vuol dire niente riferito ai dati. Il fenomeno c’è ed esiste, ha il problema di essere un fenomeno sommerso, difficilmente evidenziabile e quando si evidenzia vuol dire che c’è un’ottima preparazione del personale del pronto soccorso, della centrale operativa e anche di tutti gli altri servizi. Abbiamo avuto codici rosa svelati in reparti, al consultorio e in situazioni di grave sofferenza, addirittura in hospice.

La formazione del personale che si occupa del codice rosa avviene durante il percorso di studi?

Nessun libro dei miei corsi di laurea e di specializzazione trattava questa tematica. Oggi le cose sono un po’ cambiate. Ad esempio sono professoressa a contratto all’Università di Firenze, esiste un master di codice rosa all’Università di Siena e negli ultimi anni è un tema trattato nelle università però corsi di codice rosa non ci sono. A livello regionale e delle singole aziende abbiamo un piano molto particolare con corsi base. La formazione è importante a tutti i livelli, facciamo formazione a magistrati e forze dell’ordine e la formazione migliore è proprio quella congiunta con le istituzioni del territorio, vale a dire polizia, carabinieri, polizia giudiziaria, le procure e soprattutto i centri antiviolenza.

In che modo può evolversi questo progetto in futuro? Ci sono altri progetti simili su cui si sta lavorando attualmente?

In Italia queste linee guida che sono legge e come tali devono essere applicate, sono applicate invece sporadicamente e a macchia di leopardo nelle varie regioni. Per il futuro deve essere fondamentale consolidare il sistema, come per il massaggio cardiaco o il defibrillatore quando il cuore non batte più. Per quanto riguarda la nostra regione e la nostra azienda è in corso un aggiornamento continuo di accordi sulle procedure e soprattutto un accordo sempre più forte, per quanto riguarda il territorio, con gli altri enti, le istituzioni e i centri antiviolenza. Vorremmo rafforzare tutto quello che è il dopo pronto soccorso, cosa accade una volta fuori nella fase successiva al percorso. D’altra parte vorremmo collaborare anche con comuni e provincie per la sfera della prevenzione che coinvolga le scuole, le comunità degli anziani e quant’altro. Particolare attenzione laddove possano insorgere discriminazioni multiple e anche una formazione che coinvolga i reati sul web, già fatta in precedenza ma ne serve una nuova che sia come una spinta per le nuove forme di violenze di genere e crimini di odio che sono fortemente presenti nella rete e molto più difficili da cogliere.

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