le foto di Camilla

Dopo settimane in pellegrinaggio, Camilla Marzucchi ha raggiunto la propria meta, con le proprie gambe ma anche con la campagna di raccolta fondi per Quavio, l’associazione che ha sostenuto la sua famiglia. Il suo racconto su Gazzetta di Siena

Ha concluso il suo pellegrinaggio da Siena al Santuario della Madonna di Loreto a Triora, per rispettare le volontà di sua mamma e portare la propria riconoscenza all’associazione Quavio e alla terra che porta nel sangue. Camilla Marzucchi, dopo aver iniziato il proprio cammino i primi di agosto, è arrivata a Triora sabato 29 agosto, accolta dal calore di tutta la cittadinanza, portando testimonianza del suo viaggio attraverso i video condivisi con la nostra redazione. Portato a termine il proprio desiderio di visitare i luoghi dell’infanzia della mamma Aurelia, ha risposto alle nostre domande ancora in viaggio per tornare a Siena.

Il percorso che hai deciso di affrontare per raggiungere il Santuario di Loreto a Triora si è diramato partendo dalla via Francigena e continuando sulla via della Costa?

“Sì, anche se la via della Costa ho dovuto riadattarla alle mie esigenze, non si tratta di una via storica ma di una serie di sentieri molto belli che collegano le varie parti della liguria. È il percorso che passa sopra le principali città senza toccare le strade trafficate e le aree troppo urbanizzate. Se si parte dalla Toscana si inizia con le Cinque Terre, ma proprio durante il passaggio per Rio Maggiore ho realizzato che percorrere la via della costa significava fare un percorso di trekking più che di cammino. Ero arrivata in modo forse presuntuoso e quindi ho abbandonato i percorsi sentieristici in favore delle strade costiere, grazie anche alle ciclo-pedonali che si trovano in Liguria all’interno delle vecchie gallerie delle ferrovie. Ho adattato il percorso al mio cammino, per poter continuare il mio pellegrinaggio in sicurezza e senza esagerare fisicamente”.

Tua mamma se ne è andata poco prima del lockdown, a causa della malattia che ormai viveva da tempo, ed è per la promessa fattale proprio negli ultimi giorni della sua vita che hai deciso di partire…

“Sì, mia mamma è nata a Genova ma nell’abitudine e nella cultura ligure c’è un attaccamento importante ai luoghi della famiglia e dei propri antenati. Triora era il paese della nonna paterna di mamma, e l’infanzia di mamma è stata vissuta lì come è sempre stato in uso fare in Liguria: passare l’inverno nel clima più mite della costa e invece l’estate nei paesi in altura. Mia mamma passava tutte le sue estati proprio a Triora ed è lì che mi aveva chiesto di tornare prima di morire. Purtroppo il rischio del lockdown è stato sempre più incombente e, sotto indicazione della dottoressa, ero pronta a salire in macchina e portarla fino qua in Liguria, ma è stata lei a preferire di non farlo; per paura, credo, che scattasse la quarantena mentre fossi stata io, non tanto lei, in una regione diversa dalla mia e quindi impossibilitata a tornare a casa”.

Durante il tuo pellegrinaggio hai incontrato molte persone legate alla tua mamma e alla tua famiglia, come hai raccontato nei video diari che hai condiviso con noi…

“Sì, mi sono fermata per esempio a Recco dai testimoni di nozze dei miei genitori. È stato l’unico giorno in cui ho riposato – se così si può dire – perché anche quel giorno non mi sono fermata, però ho percorso solo 10 km. Per un pellegrino sono davvero un’inerzia, ma non potevo non fermarmi per passare del tempo con gli amici della mia famiglia”.

Come è stato il percorso, invece, non in termini di viaggio fisico quanto più su un piano emotivo?

Ho vissuto sentimenti contrastanti. La motivazione non mi ha mai abbandonato, sono stata felice ogni giorno perchè ho creduto fermamente nella provvidenza, intesa come quella forza che ti spinge a trovare sempre qualcosa di positivo anche in giornate nefaste. La prima settimana lungo la via Francigena è stata piena di quelle emozioni iniziali di incredulità e gioia, perchè non credevo possibile che fossi capace di realizzare questo progetto. Un’euforia che si mescolava alla paura data dal raziocinio di non riuscire a reggere un percorso di questo tipo. La mia amica Giulia Ciatti, camminatrice esperta, mi ha confortato dicendomi che nessuno è mai allenato davvero per un pellegrinaggio fino a quando quel cammino non lo ha compiuto. La prima settimana sono stata quasi inconsapevole ancora, grazie all’intraprendenza iniziale. Arrivata a Sarzana un giorno prima del previsto ho iniziato a fare i conti con il problema dell’ospitalità…”

A livello organizzativo?

“Esatto. Non avevo prenotato tutte le strutture religiose, credevo di poterlo fare passo passo, chiamando pochi giorni prima del mio arrivo per non rischiare di arrivare in giorni diversi da quelli prenotati. Volevo essere certa di arrivare quando previsto, anche per correttezza nei loro confronti. Il 16 di agosto, ormai già in Liguria, ho capito che non avrei trovato da dormire, complice il lockdown che con la normativa regionale aveva vietato l’accoglienza pellegrina, e a causa dell’alta stagione del Ferragosto. Mi sono sentita persa in quel momento, perchè non avevo con me la tenda e non avevo pensato di vivere un’esperienza del genere. Desideravo dormire nelle strutture religiose perchè sono il luogo di incontro dei pellegrini, dove si può vivere a contatto con chi come te sta facendo un percorso non solo religioso. Condividono con te sentimenti ed esperienze, sei come in una bolla, non farlo mi ha fatto sentire sola a livello psicologico”.

Perché non hai potuto condividere il tuo fine giornata con gli altri pellegrini…

“Esatto, ma ho comunque conosciuto tantissimi pellegrini durante il viaggio, e sono tutti accomunati da una forte levatura culturale e personale. C’è nel pellegrino una volontà intrinseca di conoscere e di lasciarsi conoscere, di avere una condivisione anche di poche ore della propria vita con qualcun’altro. Sono persone che ti accolgono e che vengono accolte dagli altri, c’è uno scambio di vita, di emozioni – passami il termine – di amore. Ho incontrato persone dall’alto profilo professionale e sociale, di alta levatura. Da un general manager francese che ha preso un periodo di aspettativa per intraprendere il percorso da Cannes fino a Roma, al ragazzo devoto partito da Lisbona per raggiungere il Papa a Roma, eseguendo il proprio pellegrinaggio in completa povertà per scelta. Persone che nella propria vita hanno un’agiatezza economica che hanno invece deciso di mettere da una parte i loro lussi per un percorso intimo molto più profondo. Mi sono sentita piccola io, con la mia piccola agenzia di viaggi, nel vedere come quelle persone abbiano messo in pausa una vita così impegnata per qualcosa di spirituale e intrinseco. È grazie a loro se non mi sono più sentita sola nel mio percorso”.

Non hai mai voluto mescolare la sfera intima del tuo viaggio con la raccolta fondi per Quavio, anche durante i tuoi video diari, ma ci sono ragioni profonde nel tuo pellegrinaggio che guardano non solo al passato ma al futuro.

“Sì, io non ho mai voluto dirlo ma sono mamma, mio figlio è autistico e se inizialmente il mio freno è stato proprio quello di lasciarlo per alcune settimane solo con il padre, è poi invece diventato la mia spinta interiore. Suo padre mi ha appoggiato, mi ha detto di andare perché stavo facendo qualcosa che non era solo per me ma aveva una motivazione profonda anche per gli altri. E poi l’ho fatto per mio figlio. I fatti valgono molto più delle parole, i figli imparano dall’esempio dei genitori, e ho voluto fargli sapere, dimostrargli, che se mamma che non ha mai fatto sport, che non si è mai allenata davvero prima, può riuscire a compiere un cammino del genere di 660 km anche lui potrà fare tutto ciò che vorrà nella vita. Potrà scegliere di essere e fare ciò che vorrà e che lo renderà felice senza lasciarsi fermare dalle parole altrui o dai freni imposti da altri che potranno dirgli che ‘non ce la farà’. Chi ti dice che non sei in grado di fare qualcosa è colui che pensa di non essere in grado in prima persona di farlo”.

Cosa ti ha spronato a compiere questo cammino?

“Le poche persone che sapevano che sarei partita e hanno cercato di disincentivarmi. Ho trovato motivazione nei limiti altrui, il fatto che loro pensassero che io non potevo farcela è ciò che mi ha dato la forza di dire che ce l’avrei fatta. Un mio amico mi disse che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può avere tutto, pretendere che gli altri solo per volontà raggiungessero certi obiettivi era come chiedere a me di correre una mezza maratona. Ricordo che gli risposi che quel giorno non avrei saputo correre una mezza maratona ma che se avessi scelto di farlo e mi fossi messa ad allenarmi da quel giorno, in un anno di impegno sarei riuscita non solo a correre una mezza maratona, ma a vincerla. Chiunque di noi può farcela a realizzare una precisa volontà, e questo ricordo mi è venuto alla mente quando ho deciso di intraprendere questo cammino. Ho voluto una dimostrazione tangibile per chi si accontenta nella vita, per chi preferisce criticare chi si mette in gioco anzichè dare una svolta a una realtà che magari non li rende felici. Ho compiuto questo viaggio per me stessa ma anche proprio – lo ho realizzato solo dopo – per mostrare a chi fino ad ora si è accontentato (del proprio lavoro o della propria vita sentimentale) rinunciando ai propri sogni che non è giusto farlo, che non è giusto essere infelici perché tutti, in qualsiasi momento, sono in grado di essere ciò che vogliono essere”.

Questo tuo cammino ti ha cambiata e ti ha spinta a riflettere non solo sulla vita ma sul lavoro…

“Sicuramente. Intraprendere un pellegrinaggio, approcciarsi al turismo slow, ti fa vivere esperienze che non si possono ipotizzare senza compiere un cammino di questo tipo. Anche i video che ho pubblicato durante il mio cammino sono stati, magari, anche di intrattenimento, anche un aspetto social legato alla mia professione, al pensiero che va al turismo, al voler far entrare in contatto Siena con l’orizzonte che la circonda. Conoscere i luoghi che si visitano è conoscerne la cultura, conoscerne le persone. Ora mi chiedo anche ‘cosa farò da grande?’, perché il viaggio è un percorso, e ciò che ho visto e vissuto mi ha cambiata anche in prospettiva del lavoro. Ho lasciato Siena appena fuori dal lockdown, con una situazione turistica difficile e adesso non so cosa troverò al ritorno a casa. Ho rivalutato il mio approccio al lavoro, sono stata io ospite stavolta e sono tante le domande a cui ancora non trovo risposta. Nel breve futuro vedrò di capire cosa cambierà nella mia vita, non ho più intenzione di lavorare con lo schema mentale che è stato funzionale fino all’anno scorso, prima dell’emergenza Covid-19. Penso che anche l’accoglienza su Siena possa cambiare, e ho imparato l’accoglienza proprio da Triora, proprio dalla Liguria. Hanno una forte vicinanza culturale alla nostra e da loro ho imparato che non deve essere il territorio nel nome del profitto ad aprirsi al mercato del turismo, ma il territorio deve raccontarsi nella propria autenticità anche in modo più pubblico e meno geloso. C’è bisogno di sapersi raccontare e darsi con questo maggiore dignità. La Liguria è un territorio e una popolazione che sembra ostile, chiuso, ma che poi quando si apre ti da il cuore. Con queste nuove consapevolezze cercherò di capire come adattare il lavoro alla vita e continuare ad alzarmi ogni giorno con il sorriso sulle labbra, come ho fatto fino ad ora nella vita”.

L’arrivo a Triora, quindi, come è stato?

“Inspiegabile, davvero. Ho iniziato a sentire l’emozione alcuni giorni prima, perchè quando percorri tanti chilometri è come – uso una metafora paliesca – correre il Palio. Ogni giorno il bandierino lo vedevo un metro oltre l’alloggio, e ho sentito la tensione crescere qualche giorno prima del mio arrivo a Triora. Arrivata ad Alassio ho deciso di percorrere la Valle Argentina anzichè l’Aurelia. Sono arrivata lì con una forte emozione, l’ultimo giorno avrei percorso anche 50 km per la volontà di arrivare subito a Triora. Poi ho rispettato le tappe, bisogna saper aspettare nella vita, e l’ultimo giorno arrivata a Carpasio hanno iniziato a riconoscermi. Sono entrata al bar e mi hanno riconosciuto, mi hanno offerto il caffè, mi hanno chiesto la mia storia e mi hanno accolto. Il giorno dell’arrivo è stato fantascientifico. Ho iniziato a camminare piangendo e dopo 10 km invece ho cominciato a ridere. Quando sono stata riconosciuta ad Agaggio le persone si sono iniziate a chiamare dalla finestra, delle signore sono scese perchè si ricordavano di me e di mamma. Da quel momento ho iniziato a ridere a divertirmi, ho buttato fuori l’adrenalina. Mi è venuto incontro un amico di mia mamma insieme a un suo amico, che con lo zainetto e i pantaloncini è arrivato in bicicletta e si è offerto di accompagnarmi per i sentieri per permettermi di tagliare qualche chilometro seguendo strade che non avrei percorso non essendo del posto. Per la strada ho trovato un sacco di persone che si complimentavano e mi salutavano, e che mi hanno sostenuto pur senza arrivare con me a Loreto. Gli ultimi cento metri, durante il video in diretta in cui stavo salutando Siena, mi sono trovata di fronte al Santuario e ho visto tutte le persone, e non capivo cosa stava succedendo. Poi ho visto i miei cugini aspettarmi, il sindaco con la fascia e il nastro tricolore teso come a un traguardo di una gara. Sono rimasta sbalordita da tutto questo calore, tutto il paese di Triora era ad aspettarmi, il sindaco mi ha dato in dono una targa di ardesia bellissima e un libro e poi un rinfresco preparato da tutte le signore del paese… una sensazione inspiegabile, mio cugino che piangeva e io ho provato un’emozione indescrivibile. Non ho mai pensato di meritarmi tutto questo affetto né di star compiendo chissà cosa. Volevo solo fare qualcosa per la mia mamma, donarle qualcosa, perché l’amore di un genitore è inarrivabile, e mi è sembrato anche di aver fatto troppo poco rispetto a ciò che ha fatto lei per me. E poi volevo restituire qualcosa anche a questo paese, un paese dove albergano le mie origini e che purtroppo ho potuto conoscere solo da grande. Sono io che dovevo qualcosa a loro, non mi aspettavo questa riconoscenza, perchè – insomma – che ho fatto?”

Chiudiamo parlando della Quavio, dell’associazione per cui ti sei messa in cammino sfruttando il tuo viaggio per portare sotto l’attenzione di tutti la raccolta fondi da te organizzata.

“Ho organizzato una campagna di raccolta fondi che è andata oltre le mie aspettative, sono stati raggiunti 1100 euro di donazioni, non mi aspettavo una cifra del genere. Ho voluto portare avanti la campagna per ringraziare la Quavio per tutto ciò che ha fatto per me e per la mia mamma. È un’associazione che aiuta i malati oncologici e le loro famiglia, sia in hospice che a casa, fondata nel 1990 da figure professionali formate con l’intento di dare dignità a quelli che sono anche gli ultimi momenti di vita di una persona. Consente di vivere in modo meno medicalizzato quella che è l’ultima battaglia di una persona, una battaglia che viene combattuta pur con la consapevolezza che non si potrà far altro che perderla. Mi sono sempre sentita supportata durante il periodo di malattia della mia mamma, non mi sono mai sentita lasciata sola ad affrontare qualcosa di più grande di me grazie all’associazione. E poi – insomma – l’insegnamento più grande me lo ha comunque dato la mia mamma: quando non c’è più niente da fare bisogna essere vivi fino in fondo, bisogna onorarla la vita. Se non ci fosse stata la Quavio io non avrei avuto la possibilità di stare con la mia mamma, di poterla avere a casa con me quando ha voluto passare al meglio i suoi ultimi giorni, di stringerla in un abbraccio e accompagnarla negli ultimi istanti, vederla lasciare questo mondo. Mi sono sentita una privilegiata per questo, ho sentito il bisogno di essere riconoscente alla Quavio per la possibilità che mi ha dato di restare con la mia mamma, di vedere la morte spazzata via. La Quavio da dignità, da valore alla vita anche quando questa si appresta alla propria conclusione. E per questo ho voluto dire grazie“.

Francesca Bonelli Grisostomi
Scrivere sempre, scrivere nonostante, scrivere e basta. ᴄ̴ᴏ̴ɢ̴ɪ̴ᴛ̴ᴏ̴ sᴄʀɪʙᴏ ᴇʀɢᴏ sᴜᴍ

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