Storie di un calcio piccolo: la rubrica settimanale di Riccardo Lorenzetti

Alla fine, fu un “Roburrone” anche quello.
Forse, persino più “Roburrone” di quello vero, che è venuto dopo: che ha vestito di bianconero Chiesa e Maccarone, Taddei e Tore Andre Flo e per almeno dieci anni ha offerto uno spettacolo non più replicabile.
Uno spettacolo da ombelico del mondo: alle tre all’Artemio Franchi e alle sei al Palazzetto, dove la Mens Sana vinceva gli scudetti così facilmente che le agenzie di scommesse si rifiutavano di quotarla.
Anni da brividi, e non solo sportivi.
Perché Siena vinceva, ma avvertiva il presagio del disastro imminente, e il terreno che stava rapidamente franando sotto i piedi. E le tossine che la porteranno al rapido declino erano ormai in circolo dentro un organismo malato.

Nel 1985, no.
Nel 1985, Siena era una città bellissima per davvero… Tipo la Roma degli anni sessanta, o la Londra dei Beatles.
Soprattutto, era una città piena di energia e pronta al decollo: ben amministrata da “Babbo Monte”, che forniva un modello di gestione che lasciava a bocca aperta il mondo finanziario, e intanto faceva crescere città e territorio. Artigianato, turismo, riqualificazione urbana… Tutte cose che cominciano da lì, da quella minuscola città di nemmeno sessantamila abitanti che, scrive ammirato l’inviato del Corriere della Sera, “si permette il lusso di ben sei sale cinematografiche”.

Non esistevano le Multisale, negli anni ottanta.
E contare i cinema a disposizione pareva un sistema magari ingenuo, ma efficace, per misurare il grado di benessere di un luogo: il Metropolitan, in Piazza della Posta, il Moderno e l’Odeon quasi l’uno di fronte all’altro, tra il Corso e Piazza Tolomei. L’Impero, a Camollia, per gli appetiti serali dei paracadutisti in libera uscita, e il Fiamma, al Ponte di Romana, dalla parte opposta della città. Infine il Pendola, per chi aveva gusti intellettuali.
“Nemmeno a New York hanno una scelta del genere”, scrissero ammirati. Suscitando la puntualizzazione un po’ seccata di Marco Falorni: “Si sono dimenticati il Cineforum di Piazza dell’Abbadia”, eccepì sul Corriere di Siena… Un’altra creatura che vide la luce in quel lontano e felice 1986.
Un anno che si concluderà idealmente con le nerbate sotto il Palazzo Comunale tra Bastiano e Beppino Pes, nello Straordinario di settembre. Che vincerà il Montone, e passerà anche quello alla storia come una roba epocale… “Il Palio del Secolo”.

E’ una città magica, la Siena degli anni ottanta. Lucida e parsimoniosa nella sua millenaria “Civitas”, e che finalmente è tornata a delirare per la Robur, che adesso gioca così bene da meritarsi il soprannome di “Roburrone”… E che deve essere per forza una cosa seria, perché da quelle parti la grammatica ha la sua importanza, e gli accrescitivi si riservano giusto alle Contrade (“il Civettone”, “il Tartucone”, “Il Chiocciolone”, e così via).

D’altronde, il rapporto tra Siena e il calcio è storicamente zoppo: la gloriosa Robur nasce nel lontano 1904, ma in quel momento è l’unica squadra della regione a non aver mai oltrepassato, dal dopoguerra, il “limes” della serie C. Per questo, bisogna subire in silenzio gli sfottò dei tifosi della Fiorentina, che potrebbe pure starci, ma anche quelli dei Livornesi e dei Pisani. Pistoiesi, Massesi, Aretini e di tutta le geografia pallonara della toscana.
L’unico alloro che si ricordi, con un po’ di pudore, è datato 1955: con gli spareggi della “quarta serie” (avessi detto…) vinti contro una bizzarra squadra aziendale che porta il nome di una fabbrica che produce spume e bibite gassate.
“Passa il Siena, il Brasile trema”, scrivono orgogliosi, sugli striscioni, i tifosi della Robur.
“Scusa Ciotti scusa Ameri, quando giocate con il Chinotto Neri?”, gli replicano, al Porta Elisa, quelli della Lucchese.
Tutto questo unito alla celebre “Sindrome di Cannara”: ameno posto della Val Topino, in Umbria, teatro di una poco memorabile sfida di serie D che per almeno due generazioni di tifosi rappresenta una specie di Cajenna, ma anche una medaglia al valore.
Che quando alla Robur si spalancheranno finalmente le porte di San Siro, dell’Olimpico o del San Paolo c’è sempre un bel po’ di gente che ha l’aria del reduce del Vietnam: “Dove eravate voi, quando noi andavamo a Cannara?”.
E sembra che quella domenica, a Cannara, si fosse riversata tutta Siena. “Invece, eravamo poco più di una ventina”, ride Lorenzo Mulinacci, storica voce dei “Fedelissimi”.

Ma sono gli anni ottanta, e il mondo sta cambiando per davvero.
Il Cavalier Danilo Nannini è stufo morto di fare il Presidente, e pare abbia finalmente trovato il pollo… Un certo Fabiani, famoso notaio di Roma, che però da solo non se la sente, e ha chiesto aiuto ad un amico che è, contemporaneamente, un appassionato di calcio e innamorato perso di Siena: si chiama Max Paganini, opera nel campo delle cliniche private, ed è spesso dalle parti di Orgia, dove è proprietario di un allevamento di mucche tra i più importanti dell’Italia Centrale.
Fabiani e Paganini si scambiano un’occhiata, e l’affare va in porto: il “Sor Nannini” si frega le mani, intasca 220 milioni di lire che sembrano trovati per terra, ma prima di salutare regala l’ultima intuizione della sua gestione, che si rivela azzeccatissima.
Arriva, infatti, Ferruccio Mazzola.
Sbiadito e sofferente allenatore che finora non ha cavato un ragno dal buco, e anche nella faccia sembra portarsi dietro il fardello di una dinastia dal peso quasi insostenibile.
Invece, sarà il classico uomo giusto al momento giusto: con un esordio fulminante, presago di una carriera che poi non terrà fede alle promesse. E riserverà, invece, una delusione dopo l’altra.

Ma Siena è , gli hanno costruito una squadra che sembra un orologio svizzero; e con quella, va a dominare il campionato di C2. E’ il 1984-85: ci sono giovani di belle speranze che si faranno onore anche in serie A (il portiere Ielpo e il terzino Calcaterra), alcune bagnarole un po’ in disarmo (l’ex laziale Ghedin e soprattutto uno spompatissimo Desolati) e un contorno di ragazzi che sembrano fatti apposta per giocare il calcio di Ferruccio. Così bello, fresco e spettacolare da meritarsi le copertine della stampa nazionale.
Uno dei giovani più in vista si chiama Andrea Pistella: Mazzola lo getta nella mischia quando manca un quarto d’ora alla fine della partita con il Derthona, che è un crocevia vitale per il prosieguo della stagione. Ed è proprio quel ragazzino di Rapolano che la risolve, quando l’arbitro ha ormai il fischietto in bocca per i tre fischi finali.
Da lì in poi, sarà una specie di marcia trionfale: alla fine Siena 54 punti, Prato 52 e poi tutte le altre, in fila: l’inferno è durato una sola stagione, e la vecchia Robur (tornata “Roburrone”) è promossa in C1.

Arriva l’estate, e Siena si tuffa nei suoi rituali consueti da novantasei-ore-di-Palio, alla luce dei “braccialetti” nei crocicchi delle Contrade e al suono rassicurante del “berededdedè” che annuncia il giro in città, durante la festa titolare.
Max Paganini è un uomo che non ama apparire in pubblico, ma è un sincero innamorato della città. Adora la sua storia e il fascino che emana: che un giorno ha l’alito pesante della provincia toscana e immediatamente dopo la leggerezza (e l’altezzosità) che si trova a Parigi.
Da qualche anno si sono inventati il “Trofeo Beneforti”: una diavoleria firmata da Natali, Osti ed Efrem Dotti in tempi dove mnon esistono le televisioni satellitari e gli osservatori viaggiano a lume di naso. Il “Beneforti” non è la Coppa dei Campioni, ma fornisce la scusa buona per vedere prima di tutti le squadre Primavera di tutta Italia e all’occorrenza saccheggiarle… Come accade con quella dell’Inter e, soprattutto, della Lazio, dove Paganini e Mazzola vantano rapporti amichevoli.

Nasce lì il favoloso Siena 85-86, neopromosso e subito sbattuto in quell’inferno in terra che è, all’epoca, il girone B della C1.
La Robur è una squadra giovane che gioca in punta di fioretto, e si ritrova catapultata in mezzo al tornado: a Brindisi e a Benevento viaggiano sugli ottomila di media, a Foggia e Barletta ne hanno diecimila a domenica e a Livorno staccano non meno di tredicimila bioglietti. Salerno sfiora i quindicimila, Taranto e Messina si spingono molto oltre.
E poi, basta guardare il pedigree degli allenatori… A Livorno c’è Romano Fogli e a Taranto Mimmo Renna, che ha guidato l’Ascoli dei record. A Sorrento lo specialista Canè e a Terni il grande ex Lauro Toneatto. A Foggia è andato Gibì Fabbri, che pochi anni prima guidava il Lanerossi Vicenza di Pablito Rossi e sfiorava lo scudetto mentre a Caserta c’è Beppe Materazzi.
La favoritissima è il Messina del Professor Franco Scoglio e il Barletta, che ha in Marco Romiti il centravanti più forte del girone: ma non è il solo, perché sarà un campionato, quelli, di fantastici attaccanti… Brandolini e Protti (e Max Allegri) in un Livorno comunque deludentissimo. De Vitis a Salerno, D’Ottavio a Taranto e il baffuto Messina, a Foggia. Persino lo sconosciuto Totò Schillaci, che quattro anni dopo diventerà l’uomo delle Notti Magiche di Italia 90.

E il Siena? direte voi… Il Siena osserva da lontano, e non ha affatto l’aria del “Roburrone” che, invece, si sta profilando all’orizzonte.
Però, è un campionato magico, dove può accadere anche un miracolo: come nella notte di Licata, dove si va ad esordire con la squadra rivelazione che gioca (secondo i giornalisti di mezza Italia) il calcio più spettacolare dell’intera serie C.
Mazzola apre le finestre della sua camera albergo, di buon mattino, e improvvisamente non vede più il bel mare della sera precedente.
E’ successo che, nel giro di una nottata, nel palazzo di fronte abbiano tirato sù un intero piano: abusivo, ovviamente, e nemmeno tanto a regola d’arte, ma pazienza… Il turismo, da quelle parti, sta tirando come una locomotiva, e bisogna darsi da fare.
Mazzola prima chiede spiegazioni al proprietario dell’albergo e poi scuote la testa, sorridendo: il suo Siena, alla fine, perde uno a zero ma esce tra gli applausi. E l’allenatore del Licata, che non è un tipo ciarliero, scende in tribuna stampa più loquace del solito: “Abbiamo fatto un’impresa. Battendo una squadra che gioca un calcio bellissimo, e che sarà tra le pretendenti per la vittoria del campionato”.
Firmato, Zdenek Zeman.

Sansonetti (scuola Inter) tra i pali, Frascella o Porru terzino marcatore e il favoloso Pederzoli dal piede di granito fluidificante di sinistra, come un Olandese. La coppia centrale è formata da Vichi, libero old style di grande efficacia, e da Danilo Tosoni, imbattibile nella difesa contraerea.
A centrocampo c’è il massiccio Ravazzolo, un tedesco nato per caso nel bresciano, il mastino viterbese Onofri e Paolino Stringara. Che viene da Orbetello e ha un destro omicida sui calci da fermo: Guido Mammi lo butta dentro, senza tante misericordie, quando vede una punizione favorevole… La scena è addirittura comica: si vede il giovane Stringara alzarsi dalla panchina, scaldarsi una decina di secondi, togliersi la tuta ed entrare precipitosamente in campo. L’effetto è quasi da calcio amatoriale, ma Stringara è una specie di cecchino, e segna spesso. E allora, non ride più nessuno… Giocherà nel Bologna di Maifredi e nell’Inter del Trap.
In attacco, il grande Santino Nuccio da Palermo, il lungagnone Ugo Ricci nel ruolo di portaerei e, soprattutto, Claudio Fermanelli. Che viene dall’Inter e sembra in quel momento, né più né meno, il sesto componente dei Duran Duran.
Sono anni rampanti ed edonistici, quell: si ascoltano musiche nuove e si parla una lingua strana dove i ragazzi “cuccano le sfitinzie” e le ragazze sognano di sposare Simon Le Bon. Fermanelli è figlio del suo tempo paninaro: spende molto dal parrucchiere e nei negozi d’abbigliamento, e installa nella sua automobile un impianto stereo che farebbe impallidire lo Studio 54.
Gli costa una fortuna, ma la vita gli sorride: lo chiamano “Il Genio”, indossa la maglia numero dieci, e con i suoi colpi il “Roburrone” comincia a vincerne una dietro l’altra.

Che non è nemmeno questione di vincere, che a vincere magari son buoni tutti. Ai Senesi piace soprattutto vedere la loro squadra che scende in campo e gioca meglio degli altri… Quello stuzzica la vanità e l’amor proprio di una Civitas che proprio sulla qualità, sulla bellezza e sull’unicità ha fondato la sua ragion d’essere.
Così il “Rastrello” si riempie e diventa finalmente la metà domenicale degli sportivi della provincia, solitamente poco indulgenti verso il loro capoluogo. Così geloso nelle proprie emozioni da non volerle dividere con nessuno.
Così la Robur batte surplace il Benevento (Ricci Pederzoli) e poi il Foggia (Fermanelli). poi tocca tra capo e collo la trasferta al San Vito di Cosenza, dove i rossoblù non perdono in casa da un anno e mezzo. Finisce 4 a 1, con Fermanelli e Nuccio incontenibili e quel Molteni tanto atteso, ma che invece segnerà solo in quella occasione.
È una sera di novembre, la Robur si scopre prima in classifica e Siena sportiva letteralmente esplode, scoprendo emozioni sepolte da tempo se non addirittura sconosciute.
Giuliano Garosi, dalle antenne di TVS (che trasmette dell’Acquacalda) morde il sigaro e spara una sentenza: “in 50 anni di Robur –dice- non l’ho mai vista giocare così bene.”
Talmente bene che anche la parola magica, e impronunciabile, diventa improvvisamente di moda.
Serie B. Quello sembra essere l’eldorado, il massimo paradiso consentito per un club che lì, e non oltre, ha fissato le sue colonne d’Ercole. Perché Siena è una città ricca e felice, ma con una sua sobrietà e piena di buonsenso: il grande Paolo Maccherini, con eleganza, la butta sul ridere: “con la forza di volontì, noi andremo in serie B”.
L’idea della serie A, non è nemmeno contemplata.
Arriva il Campania Puteolana, che ha l’ambizione di raggiungere, un giorno, il derby con il Napoli, e ne esce con le ossa rotte. Il Casarano ne prende due (a zero) senza quasi passare metà campo: poi arriva il Livorno, a metà novembre, e sono in ottomila ad aspettarlo. Segnano Fermanelli e Pederzoli, ed è un 2-1 finale appena scalfito dal gol della bandiera di d’Este, a tempo scaduto.
Il delirio è totale e la gente, in preda all’entusiasmo, saluta l’uscita dei calciatori lanciando festosamente i cuscini in campo.
“E adesso dove ci metteremo a sedere? “ Chiede provocatoriamente Franco Masoni, a Canale 3. Marco Bacchini, su “La Nazione”, è il più spicciativo: ” Anche sulle cacche dei cani, se il Siena continua così…”.

In effetti, la squadra sembra inarrestabile e vive settimane di ebbrezza collettiva. Mazzola diventa l’uomo del giorno e finisce sulla Gazzetta dello Sport, dove si toglie qualche sassolino dalle scarpe: “mi piacerebbe prendermi da allenatore le soddisfazioni che qualcuno mi ha negato da calciatore”, dice.
Il sogno continua, ma si capisce di vivere sul filo del rasoio perché il girone è di qualità e la concorrenza fortissima: il Messina non perde un colpo e il Barletta è, onestamente, uno squadrone… In più ci mette lo zampino il diavolo, quando arriva il Taranto, alla vigilia di Natale, e il Siena gioca così bene da stropicciarsi gli occhi. Poi all’88’ balla un pallone dannato davanti a Sansonetti e tal Secondini lo sbatte dentro, nell’unico tiro in porta dei pugliesi.
Alla ripresa, la storia si ripete: il Siena stampa il solito partitone a Barletta, ma al 90’ Romiti ci mette il piedone e fa 1-0 nella sensazione, netta, che il vento stia cambiando.
Poi come in tutte le favole arriva l’orco cattivo: il killer di turno che, nella notte buia e tempestosa, suona il campanello e ti piazza una pallottola in fronte, a bruciapelo.
Il sicario si chiama Francesco Grechi, federazione di Milano ,e capita il 16 febbraio 1986 a perpetrare il delitto, nemmeno tanto perfetto, durante Siena-Salernitana. La sua direzione è disastrosa, una roba alla Byron Moreno in anticipo di sedici anni.
La Robur perde l’unica partita interna della stagione, saltano i nervi e soprattutto naufraga l’illusione di potersi giocare un campionato ad armi pari, e in santa pace. L’ambiente accusa il colpo, e con il senno di poi si lascia andare a qualche vittimismo di troppo, nel più tipico caso di chi non è tropo avvezzo a gestire i pro e i contro dell’alta classifica.

Alla fine il Roburrone perde i colpi decisivi, proprio quando sarebbe il momento di darci dentro. Come il cavallo che gira largo a San Martino e il fantino si giustifica dicendo “che gli è andato grande”.
Si sgonfia, quella squadra deliziosa, pur senza spegnersi del tutto e regalando altri spiccioli di un’annata che “è andata grande” ma ha riservato emozioni notevoli. C’è tempo per il botto finale: 4-0 al Sorrento e 4-1 al Barletta milionario… Buoni anche per acuire il rimpianto di quello che poteva essere e non è stato: Messina e Taranto sono promosse. Poi c’è il Barletta, terzo, e il Siena: per un bilancio che, guardando anche il valore degli avversari, risulterà uno dei migliori di sempre.
“Ci rifacciamo l’anno prossimo” si dice.
Ma il giocattolo è delicato, e si è già rotto… Mazzola e Fermanelli, per esempio, hanno una gran voglia di monetizzare il successo, e traslocano alla Spal, che paga benissimo. “Avrebbero fatto meglio a restare almeno un’altra stagione – scrive amaro Paolo Maccherini sul Corriere di Siena- ma occhio che agli ingordi gli crepa il gozzo”.
E sarà buon profeta, perché sia l’uno sia l’altro spariranno presto dalla circolazione. Ma non andrà meglio al Siena , atteso a una stagione da protagonista e che retrocederà clamorosamente in C2 sotto la guida di Marcello Lippi.

Dal paradiso all’inferno, andata e ritorno. Non è passato nemmeno un anno, e il Roburrone è già tornato ad essere il solito, grigio Sienino di sempre.
Poi la storia cambierà, improvvisamente, all’alba del nuovo millennio. E prenderà una direzione che con quella che vi abbiamo appena raccontato, ha davvero poco in comune.

Ferruccio Mazzola morirà nel 2013, relativamente giovane. E sarà una morte che lascerà anche strascichi giudiziari.
Max Paganini, invece, se n’è andato pochi mesi fa.
In silenzio.

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