Storie di un calcio piccolo: la rubrica settimanale di Riccardo Lorenzetti

Edoardo Saiu ha compiuto novant’anni. Li porta benissimo. 


Sono andato a trovarlo a Piazze, estremo sud della provincia: uno di quei posti abbastanza isolati, un po’ di frontiera, che a un certo punto passano alla storia per qualcosa di importante.

Come il Dottor Rinaldi, per esempio, il celebre “Medico di Toscanini”: un luminare del ramo ortopedico che annoverava tra i suoi clienti anche il grande direttore d’orchestra. Oppure, come l’”Atletico”: il Club calcistico del posto, che per tanti anni è stato il più bel biglietto da visita esibito dal paese di Piazze in faccia al mondo intero. Sinonimo di bel calcio, di grandi campioni, e di come si possa finire nelle guide turistiche senza affreschi del quattrocento da esibire o soste gastronomiche di Garibaldi da immortalare su lapide. Giocava così bene, l’Atletico, da oscurare tutto il resto (non molto, a dire il vero) che poteva offrire questa amena frazione del comune di Cetona: talmente a corto di attrazioni da valorizzare, meritoriamente, persino una normale scritta sul muro, inneggiante al grande Gino Bartali. Che passò di lì in chissà quale tappa del Giro d’Italia.


E Piazze seguì la sorte della città francese di Saint Etienne, per esempio. O della tedesca Kaiserslautern, o dell’inglese Newcastle, che senza il football sarebbero rimasti puntini anonimi nella carta geografica. Come Liverpool, o Barcellona, anche. E alzi la mano chi, al solo nominarle, non abbia come primo pensiero il Camp Nou, Messi, Anfield Road e tutto il resto. Edoardo Saiu, dell’Atletico dei miracoli, fu una specie di “pigmalione”. Il giochino era molto semplice: chiedeva al Comando della Marina Militare quali fossero i ragazzi di leva più bravi a giocare a pallone. Qualcuno di loro finiva a Piazze, nello sperduto sud della provincia di Siena. E quasi tutti, alla fine, ci sono rimasti.


Lo conobbi nel 1983. L’Atletico ospitava il Gs Petroio che aveva in squadra Lello Casini, un’aletta razzente per la quale Edoardo stravedeva. Fu una partita bellissima, che finì 2-1 per loro. Scesi negli spogliatoi per complimentarmi, convinto di trovarlo al settimo cielo. Me lo trovai davanti scuro in volto, e sinceramente affranto: “Tenere Lello in panchina è stato un autentico delitto. Ci siamo rimasti tutti di sasso”.Poi scosse la testa, indignato. “Dite al vostro allenatore che ci ha rovinato la domenica”.


L’avversario che non è mai il nemico da abbattere e da umiliare: semmai il rivale da superare, e se possibile da ammirare. E alla fine stringergli la mano.  Uomo di mare, Edoardo. Dove vige un codice ancora più rigido della cavalleria.“Una volta, mare forza otto, il nostro cacciatorpediniere riuscì a raggiungere Malta grazie all’appoggio di due incrociatori britannici. Fu lì che vidi per la prima volta i marinai inglesi: alti, belli, forti, sembravano dei Superman… Ne rimasi estasiato. ”-Il mare come infinito, il senso dell’onore del soldato come rotta luminosa da seguire: “Ho navigato per dieci anni, e mi sono formato come uomo. La Marina mi ha insegnato tante cose, ma la più importante è stata quella di sentirmi il più ignorante di tutti, e ad impegnarmi per imparare… Poi, un giorno, scrissero sulle note caratteristiche che avevo un’intelligenza superiore alla media. ”E poi, l’esperienza alla Nato, a Parigi e a Bruxelles, e al Comando Incursori Subacquei: “Lì ho conosciuto da vicino gli eroi veri: uomini eccezionali, che avevano conquistato sul campo la medaglia d’oro…”.


Se gli chiedi chi, tra i suoi calciatori, avrebbe voluto a bordo di una nave, Edoardo non ha esitazioni. A distanza di oltre trent’anni: “Ho voluto bene a Piolle Canuti, e a Marcello Petri, che hanno attraversato gli anni migliori della squadra. Ma se ne dovessi scegliere uno, direi Valerio. Valerio Rossi, senza dubbio.” E gli si illuminano gli occhi. “Perchè in mare bisogna essere un po’ filibustieri, ma alla fine si contano gli uomini. Ed è indubbio che con noi, Valerio fu il più uomo di tutti.”


E ritornano alla mente quei campionati che erano scontri all’arma bianca: anni di trasferte che sembravano battaglie medievali, e che toglievano il sonno per intere settimane.Non c’era posto per gli angeli, nella terza categoria 1986-87… L’Atletico e l’Abbadia di Montepulciano se la giocano nella partita decisiva, davanti ad un pubblico oceanico che si è disordinatamente distribuito nei costoni naturali intorno al camposportivo di Piazze (che non ha ancora la tribuna). L’Abbadia ha il grande Valdes Tarquini a dirigere le operazioni, con accanto Brandi e Franco Lo Conte, più il fenomenale Bracci (che sarà capocannoniere) in avanti. In difesa, Passavanti e Ferrini, che non hanno paura del diavolo. E’ il 26 aprile 1987, una domenica piena di sole. L’Atletico ha sguainato la sciabola, trascinato da un pubblico che mette davvero paura, ma l’Abbadia sa farsi rispettare, e non molla un centimetro. Ne viene fuori una partita sudamericana, violentissima, quasi da Copa Libertadores: poi, il “Mulo” Argentini mette finalmente la palla giusta, e bisogna buttarcisi dentro… Ma il grande De Sanctis è letteralmente annichilito dal terrore, e il biondino Ponzuoli ha una caviglia marchiata a fuoco dai tacchetti.  E allora deve partire Valerio, ed è la classica azione di forza: svelle quei terrificanti difensori come fossero i cardini arrugginiti di una vecchia porta e si presenta solo davanti a Gorgai, piazzando palla all’angolino. Poi si inginocchia al centro dell’area di rigore, e si fa il segno della croce… “Come Jairzinho a Città del Messico”, scrivemmo allora. Che erabvamo giovani e pieni di entusiasmo per i bei gesti.

Se c’è un’azione che descrive alla perfezione un calciatore, e un’intera stagione, la prodezza Valerio “Attila” Rossi in quel lontano pomeriggio del 1987, è la prima cosa che mi viene in mente: perché poi l’Atletico dilagherà, e finirà per vincere 4-1, mentre l’Abbadia perde la testa e chiuderà addirittura in otto. Piazze 44, Abbadia 43, Sarteano 42 e dietro tutti gli altri: San Quirico, Radicofani, Montallese, Pienza…L’Atletico è in seconda categoria, per la prima volta nella storia.  
Edoardo sorride, ripensando al decollo verticale di quella squadra, che guadagna subito le prime pagine dei giornali. E lui ci mette del suo, per sottolineare quella “diversità” che (unita alla classe dei suoi calciatori) renderà per sempre l’Atletico Piazze una squadra speciale.


E’ l’estate dell’87, quando arrivano in maglia azzurra due giovanotti di belle speranze. Il primo è un Calabrese che allega una visione di gioco lucida e perimetrale ad un atletismo mai visto, l’altro è un Siciliano moro, asciutto ed elegante come un levriero: Beppe Ferraro, da Soverato, e Salvatore Calabrò, da Roccalumera… Diventeranno, rispettivamente, uno dei più grandi centrocampisti del decennio 80-90 e il più grande attaccante di tutti i tempi del nostro calcio.“Li vidi per la prima volta in un amichevole contro la Ficullese –racconta Edoardo- e giocarono così male che mi prese un colpo. Ma erano gli stessi compagni che non gli passavano mai la palla, escludendoli dal gioco.”.Con quei due, diventa tutto facile: l’Atletico gioca partite fantastiche, bastano poche partite e la coppia Calabrò-De Santis diventa proverbiale. “I gemelli del gol”, come Pulici-Graziani o (per rimanere a quegli anni) come Vialli-Mancini: sono così bravi che  lo stadio dei Mulini sembra un luna park, e la domenica vengono a vederli anche dall’Umbria, e dal Lazio.Edoardo istituisce il premio per il miglior giocatore avversario: una confezione di prodotti per omaggiare la prestazione del calciatore ospite più meritevole. Un esterrefatto Romboli, del Berardenga, esce con un salamino: al fenomenale Giardi, del Rapolano, toccano un paio di bottiglie di vino.Una domenica, l’Atletico batte il Torrenieri due a uno, ma i gol sono entrambi casuali, e la partita riesce bruttina. Edoardo non è affatto soddisfatto, e non le manda a dire: “Oggi abbiamo toccato il fondo,  scrive sul Corriere di Siena. Contro il Buonconvento finisce 1-1, con l’arbitro assediato negli spogliatoi fino a tarda sera. Ma lui è di tutt’altro avviso, e se ne esce con un elogio sincero: “Il Direttore di gara è stato nettamente il migliore in campo”, chiosa.Questo gli vale una scarsa popolarità tra la gente e anche tra gli stessi dirigenti: “Nel migliore dei casi passavo da originalone. Nel peggiore, da traditore…” sospira.Una volta fa squalificare De Santis, che molla un cazzottone ad un avversario… Nessuno lo ha visto, tranne Edoardo, che lo denuncia subito all’arbitro. Prenderà sei giornate.  

E’ l’annata delle due partite drammatiche con la Sinalunghese, con i carabinieri che hanno il loro bel daffare perché gli animi si sono surriscaldati: tra gli azzurri ci sono Calabrò-De Santis, i rossoblu possono esibire la coppia Damora-Panfi… Basterebbe questo per alzare il sopracciglio, quando vi dicono che l’attuale seconda categoria, rispetto a quegli anni, ha registrato un evidente salto di qualità.
L’Atletico è uno squadrone: non vince il campionato 89-90, ma solo perché trova sulla sua strada la Sancascianese di Ivano e Giovanni Roma, che è uno squadrone. Edoardo fa una smorfia: “Una stagione comunque drammatica, perché ci fu l’incidente d’auto dove morì il povero Antonio Raciti, che era l’anima della Sancascianese. E alla fine, facemmo tutti il tifo per loro.”L’Atletico arriva a ridosso dei cugini, e viene ugualmente promosso: con la soddisfazione di violare (unica squadra a riuscirci) il terribile Alberto Goracci. Un rotondo due a zero, gol di Dario De Santis e Caponera, che calciava le punizioni più terrificanti dell’epoca.


Ma la stagione non è finita, e riserva l’ultimo, entusiasmante colpo di coda: ad Asciano, dove c’è da giocare la finale di Coppa, nel nuovissimo stadio che prenderà il posto del glorioso Guglielmo Marconi, in mezzo al paese. Brilli in porta, Beppe Voci e D’Ignazio coppia centrale, Pifferi e Caponera terzini. Biagi e malandrino in mezzo e poi, davanti, il “quadrato magico”: Ferraro-Canuti-Calabrò-De Santis.L’avversario è il Casciana Terme, e si capisce subito che non ci sarà storia: i pisani la buttano in rissa, ma il divario è evidente. Basterà l’1-0 di D’Ignazio, con la convinzione di aver toccato il punto più alto di una piccola epopea sportiva.

Così significativa e originale da essere ricordata nel tempo, e da imporre a tutto il pubblico sportivo il nome della fin lì sconosciuta Piazze.Arriverà, quindi, anche la Prima Categoria. Senza De Santis, che nel frattempo se n’è andato a Sarteano, ma con l’arrivo di un portierino che si chiama Gianni Minocci, ed attraverserà da protagonista trent’anni del nostro calcio. E’ un Atletico che va petto in fuori in luoghi impensabili, come Poppi e Bibbiena, Terranuova e  Monte San Savino; aggiungendovi le due storiche vittorie sul Chiusi che avranno un sapore quasi mitologico, quasi da Zeus che mangia il padre Crono: ma che convinceranno del tutto Fabio Frullini ad accapparrarsi Calabrò, sul quale potrà costruire lo squadrone biancorosso degli anni seguenti.


Ma qui, il racconto si ferma, ed Edoardo Saiu mi offre il caffè. Gli dico, allora, dell’Atletico più recente: quello di Enzino “Catera” Tosoni, che è figlio diretto di quella lontana epopea, e che nel 2014 vince campionato e due coppe, passando alla storia come Mourinho e il suo “triplete”. Oppure dell’attuale impresa degli azzurri, che proprio sotto la guida di Beppe Ferraro hanno conquistato al prima categoria.Ma suona il telefono, e dall’altra parte c’è un giornalista che sollecita a Edoardo un parere su un libro che è appena uscito.Do un’occhiata alla scrivania di questo fantasmagorico novantenne: c’è un bloc-notes pieno di appunti, il giornale aperto sull’articolo della Lazio (che è il suo vero amore sportivo) e una bella edizione dell’Utopia di Tommaso Moro.E, sottolineata in rosso, una frase di qualche scrittore francese: “La presunzione, unita alla vanità, è una corazza imperforabile.”.
Che forza, il mio Edoardo Saiu.

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