Il principe delle Feriae Andrea Berni: “Ho dovuto vendere un sogno”

Si è da poco conclusa la settimana delle Feriae Matricularum che ha trovato il suo apice nella messa in scena dell’Operetta. Dopo due anni di stop a causa della pandemia e delle restrizioni anti contagio, finalmente i goliardi sono tornati a colorare le vie del centro storico e a far risuonare i loro canti di gioia per tutta la città, riportando quell’entusiasmo e quel brio che solo loro riescono a trasmettere. E finalmente l’Operetta è tornata in teatro, anche se con accessi contingentati e con qualche piccola rinuncia, ma i goliardi sono tornati a parlare alla città e l’hanno fatto, come sempre, senza mezzi termini. A raccontare questo lungo percorso è Andrea Berni, in arte Dinde, principe delle Feriae che passerà alla storia sia per il mandato durato due anni sia per essere stato “il principe della ripartenza“.

Andrea Berni, un lungo mandato il suo. Come sono trascorsi questi due anni?

Sono entrato il 26 ottobre 2019 ed uscirò nel 2021. Alla fine sono due anni pieni, ma preferisco dire che è stato un solo lungo anno di goliardia. Dovevamo reggere il colpo, passare la mano durante la pandemia sarebbe stato rischiosissimo. Non sapevamo a cosa andavamo incontro e non era facile individuare una progettualità. Le Feriae, per quanto siano momentanee e limitate a una settimana, ci vuole tempo per organizzarle. Dovevamo tenere duro e sperare che la situazione migliorasse. Ci siamo presi una responsabilità. Ho fatto una scelta che mi è costata fatica e tempo, però abbiamo voluto mantenere intatta la storia delle Feriae.

Un principe che passerà alla storia. Ne è consapevole?

Abbiamo una canzone che dice “la storia un giorno dirà se valeva la pena lottare”. Lo dirà la storia se abbiamo fatto la scelta giusta. Non è stato fatto in senso egoistico, anzi, il gioco non sarebbe valso la candela a livello personale. Ho avuto un popolo goliardico estremamente giovane da gestire e non è così facile. A questi ragazzi ho dovuto vendere un sogno: ho dovuto convincerli sulla base di cose che non avevano ancora avuto modo di vedere.

Siete riusciti a mantenere le vostre abitudini?

Non dovevamo perdere l’aggregazione. I ritrovi al Nannini ci sono stati con le mascherine, all’aperto e distanziati, non volevamo assolutamente perdere le nostre quotidianità. Era un obbligo positivo che serviva per non perdere il valore sociale. A mio avviso, è quasi terapeutico fare le Feriae in questa situazione, perché hai la consapevolezza di avere un punto di riferimento dove trovare persone che ridono e scherzano, nonostante la difficoltà del momento. Abbiamo utilizzato poco gli strumenti online. Ci bastava quell’ora lì, quel vederci di persona. Per fortuna i crismi e quelle regole ci hanno permesso di non perderci di vista. In due anni, inoltre, sono felice di dire che non ho mai avuto un contagiato tra i ragazzi.

Nella sua lettera alla città, parla anche delle contrade…

Sì. Sono un ragazzo di contrada e ne vado fiero. Il mio è un incoraggiamento ai ragazzi affinché escano un po’ da questa chiusura fisiologica che esiste in contrada. Tanti giovani si accontentano, a volte basta avere a disposizione un bar e un mazzo di carte, qualche attività. Invece le Feriae oltre ad essere un grande divertimento insegnano a gestire una responsabilità storica, specialmente nei confronti della città. In questo momento in cui manca il Palio, in particolar modo. Già prima i ragazzi non uscivano dal guscio, adesso probabilmente la pandemia rischia di aumentare questo fenomeno. Per le nuove generazioni, dovrebbe essere di stimolo venire a fare le Feriae, specialmente adesso che è tutto un po’ più spento. È una realtà che ti insegna tante cose: a gestire i problemi, la pressione, ti insegna a vivere la vita cittadina sotto un altro punto di vista e ad entrare in contatto con tante realtà sociali. Ti aiuta a capire la città a 360 gradi e fa crescere molto, così da uscire dalla comfort zone dove spesso i ragazzi tendono ad adagiarsi. Non credo sia un caso che personalità della storia delle contrade e del Palio (Rugani, Iannone e tanti altri) hanno vissuto la città anche attraverso le Feriae. Quel pizzico di modo goliardico di gestire le cose ha dato loro una marcia in più. Ogni singolo ha una responsabilità verso la storia di questa città, dobbiamo onorarla al meglio. Le Feriae in questo sono una scuola di vita senese.

Come è andata l’Operetta?

Benissimo! Ci siamo molto divertiti ed è stato un successo eclatante anche se in un teatro contingentato. Noi abbiamo rispettato le regole, siamo stati molto ligi rinunciando a qualche momento di esuberanza, abbiamo fatto tutto nel rispetto delle norme… ma con libidine! Quando sono uscito ed ho visto i ragazzi più giovani così esplosivi, per me è stata una gioia. Ho capito che avevano assaporato una grande emozione. Avevano passato la settimana delle Feriae senza subire troppo la situazione di regole che, comunque, abbiamo seguito senza rinunciare alla nostra identità. Nella storia, saranno ricordato come Feriae “diverse”, ma piene di valore.

Penna e cuore, dal 1991. Credo nella potenza delle parole, unica arma di cui non potrei mai fare a meno. Finisco a scrivere sui giornali un po' per caso, ma è quella casualità che alla fine diventa 'casa' e ho finito per arredarla a mio gusto. Sono esattamente dove vorrei essere. Ovvero, ovunque ci sia qualcuno disposto a leggermi.

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