Gatto: “Gli afghani sono rifugiati che rischiano la vita e non migranti economici”

La situazione in Afghanistan è preoccupante e, con ogni probabilità, le ripercussioni si sentiranno fino in Europa. I talebani hanno riconquistato il controllo del paese a grande velocità dopo la ritirata dell’esercito Usa e il portavoce del pentagono, John Kirby, ha manifestato la sua preoccupazione. Le tv di tutto il mondo hanno trasmesso le immagini dell’areoporto di Kabul preso d’assalto da migliaia di civili in cerca di un volo verso la libertà, in tanti hanno manifestato il loro terrore e le donne, specialmente le tante attiviste che in questi vent’anni si erano adoperate per garantire istruzione, emancipazione ed un futuro migliore alle tante bambine e ragazze afghane, si sono dovute nascondere temendo ritorsioni. Tanti anche gli attacchi ai giornalisti e in tutto il mondo sono sorte spontanei quesiti riguardanti questa rapida ascesa dell’armata talebana.

Abbiamo chiesto un’analisi a Stefano Gatto, senese, diplomatico dell’Unione Europea, che è stato ambasciatore in numerosi paesi del mondo, tra cui il Pakistan, e si è occupato di supporto alle elezioni proprio in Afghanistan.

L’Afghanistan è un paese di grande complessità etnica e sociale – racconta Gatto alla Gazzetta di Siena – Nel 2001 l’intervento militare internazionale, autorizzato dalle Nazioni Unite, ebbe lo scopo di rimuovere un regime talebano autoritario che proteggeva il terrorismo islamico. Risultò subito chiaro che un paese in condizioni così precarie, senza salute, scuole, acqua potabile e servizi minimi non potesse facilmente trasformarsi in una democrazia moderna. Nei vent’anni successivi i talebani (Al – Qaeda e più tardi l’Isis; movimenti distinti anche se con agende simili) hanno costantemente operato per rendere impossibile la modernizzazione del paese.

A questo s’aggiunge la scarsa operatività dei governi afghani, sempre molto carenti. Alla fine il continuo stato di ostilità fa prevalere l’idea che, in fondo, tornare sotto il duro regime talebano porti con sé almeno una certa calma. Nel panorama mondiale non c’è stato un atteggiamento punitivo nei confronti dell’Afghanistan, anzi; la comunità internazionale ha sempre appoggiato e sostenuto i governi afghani nel loro tentativo di ergersi e modernizzarsi. Se i talebani e le altre forze terroristiche avessero accettato il risultato di tre elezioni, tenute tra il 2009 e il 2019, tutto ciò non sarebbe successo. Il principale fallimento di questi anni è consistito nella dimostrata incapacità delle autorità afghane di gestire i propri cittadini.

In tanti si domandano se l’Europa e in particolare l’Italia possano fare qualcosa per aiutare l’Afghanistan. Si sta studiando, a livello internazionale un modo per far integrare il popolo afghano nelle nostre comunità. Anche Siena nel suo piccolo sta cercando di aiutare i giovani coinvolgendoli in progetti universitari.

“Entriamo in un periodo molto complicato. Riconoscere il governo talebano, di fatto, significherebbe accettare un attore che si finanzia col commercio d’eroina e non rispetta nessuno dei valori fondanti della democrazia. Non riconoscerlo significa però perdere ogni possibilità di sostenere la popolazione che perderà anche quei pochi miglioramenti ottenuti in questi anni. Gli sforzi attuali per formare un governo “inclusivo”, quindi non solo talebano, sono per me destinati al fallimento perché le armi continueranno ad essere attive.

Bisognerà trovare il modo, attraverso Ong internazionali e il sostegno dei paesi vicini, di mantenere un’attività di cooperazione almeno in quei settori, come la sanità, nei quali non dovrebbero esistere preclusioni nemmeno da parte di un governo talebano. Ma intendiamoci; stiamo parlando di situazioni di precarietà estrema. Coloro che vogliono lasciare l’Afghanistan sono di solito persone formate che non hanno intenzione di sottomettersi ad un nuovo regime. Ricordiamo che nell’Afghanistan talebana le ragazze non possono studiare perché sono destinate esclusivamente al matrimonio. Per cui è innegabile che in questo caso si tratta di veri rifugiati in rischio di vita e non di migranti economici.

Anche se la maggior parte dei rifugiati resterà nei paesi limitrofi credo che l’Italia e Siena dovrebbero fare la loro parte. Non si tratta di dare numeri esatti, ma non c’è dubbio che ci sia spazio per accogliere un certo numero di persone che potrebbero essere integrate utilmente nella nostra società. Nel caso degli afgani stiamo parlando di veri rifugiati che fuggono da una situazione insostenibile.”

Sono Lorenzo Vullo, un ragazzo di 23 anni, nato a Siena e laureato in Scienze Politiche e relazioni internazionali. Mi piace lo sport, la cultura, la politica e ho molto interesse per le nuove forme di comunicazione. Nel mio breve percorso lavorativo ho uno stage presso la redazione giornalistica di Radio SienaTV.

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