La rubrica settimanale di Alessandro Lorenzini

Certo il paragone è stato ambizioso, quasi esagerato. Mettere accanto Louvre e Santa Maria della Scala, come ha fatto in settimana il sindaco di Siena Luigi De Mossi, significa mettere in parallelo un complesso museale da milioni di visitatori all’anno e un polo che sta emettendo i primi vagiti, nonostante le parole spese (da tutti indistintamente, da sinistra a destra passando per il centro) da un paio di lustri. E’ un peccato, però, provare a mirare davvero all’eccellenza, alla qualità e tracciare un orizzonte lontano?

Certo alle parole devono seguire i fatti, altrimenti i sogni si dissolveranno irrimediabilmente con le prime luci dell’alba e saranno per davvero soltanto frasi ad effetto lasciate librare nell’aria della sala Italo Calvino. Ed è (anche) compito dell’amministrazione comunale, dopo che si è gettato un seme, coltivarlo, con progetti che non siano solo sulla carta. Per quanto il tempo di questi disegni mal si concili con la richiesta di risposte alle domande che circolano, soprattutto in questi mesi, fra lavoratori, esercenti, famiglie, giovani.

Il tempo della “splendida autarchia”, ammesso che ci sia mai stato, è tuttavia finito. Da tempo. La pietra tombale l’ha posta il Covid. Non è più possibile, sempre ammesso che ci sia qualcuno che l’abbia mai veramente pensato, idealizzare una Siena che si apra a Porta Camollia e si chiuda a Porta Romana. Oltretutto in una fase come quella che stiamo vivendo e che, ormai è conclamato, ha superato la fase di emergenza sanitaria per entrare decisamente in quella economica. Come è finito quello dello “splendido isolamento” e non sia più rimandabile il superamento di infrastrutture e collegamenti obsoleti: da decenni, questo è davvero conclamato dai fatti quotidiani sotto gli occhi di tutti noi, alle parole spese non sono seguiti denari e risultati. Chiedetelo a chi ogni giorno deve spostarsi per lavoro in treno, in autobus, in auto e varcare appena i confini comunali.

La domanda a cui rispondere, anche per questo aspetto, è però: vogliamo sprofondare o, forse, continuare a vivacchiare come capoluogo di provincia da meno di sessantamila abitanti oppure perlomeno pensare di ritornare alla vocazione internazionale, tornare cioè a essere la città al centro dell’Europa e del mondo? Se la risposta è quasi scontata, non lo è avere l’ambizione giusta e perfino sfrontata.

Non è uno spreco di energie sforzarsi di fare crescere Siena; come non lo è cercare di attrarre investitori, come gli armeni che erano interessati alla Robur Siena, smettendo di perdersi dietro a beghe e diatribe su poltrone e poltroncine, in un affannoso inseguimento di un passato che non c’è più. E che non ritornerà.

Buona domenica.

eliofanali.wordpress.com

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