La rubrica settimanale di Alessandro Lorenzini

C’è una pandemia. C’è un’emergenza economica sanitaria. Ci sono morti. Con queste premesse tutto dovrebbe essere superabile e passare in secondo piano. In teoria. In pratica, la quotidianità, è un’altra cosa. Con tutto il rispetto, chiaramente, per chi ha sofferto e soffre. Ci sono anche emergenze economiche, ci sono anche emergenze sociali.

Per tentare di descrivere un fenomeno, per l’appunto sociale, bisogna per lo meno provare per prima cosa a inquadrarne il contesto. Nessuno vuole giustificare ignoranza e inciviltà, nessuno vuole passare sopra alla sporcizia, alle chiamate al 118, a chi orina per strada o nei portoni. Solo che, almeno ogni tanto, bisognerebbe provare a capire perché accadono alcune cose, senza per forza di cose passare per quelli che vogliono giustificarle.

Da quasi un anno viviamo la pandemia, passata da un lockdown totale a restrizioni più o meno pesanti. Sono chiuse da mesi piscine, palestre, cinema, teatri. I locali aprono a orari ridotti e a intermittenza (e qui ci potrebbe anche essere una digressione di tipo economico, che investe migliaia di famiglie), l’attività sportiva è ridotta al lumicino, in alcuni casi va di pari passo con le altre attività di svago, quindi è nulla. I ragazzi sono stati più a casa davanti a un Pc che sui banchi della scuola. Solo per citare alcuni aspetti.

“La salute prima di tutto”. Non ci sono dubbi. Per cui non sono giustificabili, come detto, assembramenti e mancato uso della mascherina, “malamovida” e atteggiamenti irriverenti. E’ altrettanto chiaro, però, come si assista a una concentrazione di più esigenze in poche ore di pochi giorni a settimana e non ci sia più, come un anno fa, una “diluizione” di attività ludiche durante tanti giorni e che questo porti alle situazioni di cui sopra. E’ una chiave di lettura, probabilmente non l’unica. In questi giorni psicologi ed esperti hanno affrontato anche queste situazioni e non è semplice, perfino giusto, chiudere le discussioni con il riferimento ai morti e alla malattia, per quanto sia drammatica la questione.

Ci vorrebbe, in sostanza, maggiore equilibrio nell’affrontare le questioni, non pendere per forza dalla parte del negazionismo assoluto o da quella del proibizionismo dogmatico, questo di fronte anche alle incongruenze su alcuni provvedimenti derivanti dai Dpcm e che sono, per l’appunto, sotto gli occhi di tutti.

L’analisi della realtà, a partire da noi giornalisti, dovrebbe passare per un minimo di equilibrio e per una reale contestualizzazione, approfondendo tutti gli aspetti. Se poi le conclusioni dovessero essere le medesime, ben venga. Non sempre accade, magari anche alla Gazzetta di Siena. E’ la stampa, bellezza. La realtà, però, a volte, è un’altra cosa.

Buona domenica

eliofanali.wordpress.com

Soprattutto inoi giornalisti

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